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6 miliardi e 700 milioni di dollari

La debolezza del dollaro potrebbe inceppare il funzionamento del sistema monetario internazionale e questa settimana due episodi ci mettono in guardia sulle probabili conseguenze disastrose causate dall’erosione della centralita’ del dollaro nel mercato globalizzato: l’eccesivo indebitamento in dollari e l’aumento delle riserve aurifere delle economie emergenti.

Martedi’ scorso sulle pagine del Financial Times, Nouriel Rubini, tra i pochi economisti che hanno correttamente predetto la crisi del credito, ha denunciato il carry-trade del dollaro e della sterlina. Gli operatori di mercato si stanno indebitando a breve in queste monete, perche’ deboli e perche’ i tassi d’interesse sono vicinissimi allo zero. Lo fanno per poi investire a lungo termine in quelle forti, quali l’euro e il franco svizzero, dove i tassi sono superiori. E’ questo uno dei tanti espedienti che la finanza globalizzata usa per fare soldi dal nulla, si guadagna grazie ai differenziali dei cambi e dei tassi d’interesse; una prassi, va aggiunto, totalmente legittima. Eppure tutti sanno che a causare la bancarotta dell’Islanda non sono stati i mutui subprime ma il carry-trade dello yen. Dal 2001 al 2008 la moneta debole era infatti lo yen.

All’indomani del fallimento della Lehman, su tutte le piazze affari mondiali e’ iniziata la corsa all’acquisto dello yen per coprire le posizioni debitorie, cosi’ la moneta ha iniziato ad apprezzarsi. Gli islandesi, poco esperti sulle conseguenze negative del carry-trade, avevano un debito in yen talmente grande che non sono riusciti a coprirlo, nel mercato mondiale non c’era abbastanza liquidita’ per farlo. E quindi sono rimasti a guardare l’indebitamento in yen salire giornalmente, senza poter far nulla.
Secondo Roubini, la finanza globalizzata rischia un nuovo pericolosissimo carry-trade. Alla prima brutta notizia, che potrebbe anche essere di natura politica, iniziera’ la corsa all’acquisto del dollaro e della sterlina ed e’ probabile che qualcuno finira’ come l’Islanda, in bancarotta, mentre Stati Uniti ed Inghilterra vedranno le loro monete apprezzarsi senza poter far nulla per evitarlo.
Le economie emergenti temono quest’ennesimo shock monetario legato alla volatilita’ del dollaro ed hanno iniziato a vendere il biglietto verde per acquistare oro. La banca centrale indiana questa settimana ne ha comprato dal Fondo Monetario 200 tonnellate per un valore di 6,7 miliardi di dollari, pari all’8% della produzione aurifera mondiale. A quanto pare il FMI voleva vendere perche’ ha bisogno di contanti per i piani di salvataggio dei paesi dell’ex blocco sovietico. E questo un altro episodio che ci deve far riflettere sui pericoli all’orizzonte dell’anemica ripresa economica mondiale.
Per ora non c’e’ da preoccuparsi troppo e infatti l’acquisto indiano ha fatto gravitare il prezzo dell’oro ulteriormente senza pero’ rompere la prossima barriera dei 1100 dollari l’oncia. Gli Stati Uniti continuano a essere il paese con le maggiori riserve aurifere, pari al 77% delle riserve ufficiali, seguiti dall’Europa che ne possiede in media il 60%. Cina e India sono ancora lontani da questi valori con un modesto 2-4%. Ma negli ultimi mesi entrambi hanno iniziato a convertire le riserve in dollari in oro.  Un trend questo che nei prossimi e’ bene tenere d’occhio.
 

Pubblicato il 11/11/2009 alle 13.56 nella rubrica Economia.

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