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PAROLE, NIENTE FATTI CONCRETI

Solo parole e niente fatti concreti, questo il messaggio emerso dall’incontro del G20 che si è tenuto ieri a Washington. L’economia del villaggio globale si sgretola sotto i nostri occhi, l’America di Bush chiede aiuto al mondo perchè il G7 non è più in grado di gestirne l’economia, ma siamo ancora molto lontani dalla formulazione di un nuovo modello. Niente Bretton Woods per ora. Incertezza, confusione e mancanza d’idee caratterizzano i piani di salvataggio dei magnifici sette della globalizzazione. La polemica verte su come ristrutturare il libero mercato, che ha prodotto la catastrofe finanziaria. Il Regno Unito snobba la proposta francese, reputata ‘eccessiva’ in materia di regolamentazione finanziaria, si teme insomma l’abbandono dei principi del libero mercato. Anche l’America di Bush, non vede di buon occhio il controllo dei mercati e teme il ritorno del protezionismo. Sullo sfondo la crisi incalza, un uragano che settimana dopo settimana guadagna forza: l’economia europea è ufficialmente in recessione, quella americana segue a ruota e si trova a dover fronteggiare il crollo della produzione industriale. Soltanto il salvataggio della General Motor farà gravitare il Tarp (il piano di salvataggio americano) di 200 miliardi di dollari. Non resta che chiedere aiuto a quei Paesi fino ad ora considerati i fanalini di coda dell’economia mondiale.

Il G20 nasce all’indomani della crisi dei mercati asiatici, alla fine degli anni ’90, vi fanno parte i paesi del G7 e 13 economie emergenti, i parenti poveri, “quelli che agli incontri del G7 erano ammessi solo nell’intervallo del caffè’”, precisa il ministro delle finanze brasiliano, Guido Mantega.
L’incontro di Washington ci fa capire che questa situazione non si ripeterà, nei prossimi anni saranno proprio le nazioni in via di sviluppo a sostenere l’economia mondiale. Queste, infatti, le previsioni del Fondo Monetario.
È quindi arrivato il momento di rimpiazzare il G7 con il G20.

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Si tratta di una mossa scaltra, per rassicurare i mercati, ormai in caduta libera. Mentre i magnifici sette si scontrano sulla dottrina economica e l’assenza di Barak Obama a Washington indebolisce l’America, i paesi Bric (Brasile, Russia, India e Cina) si accordano per aumentare il commercio e i flussi di capitale tra di loro. Le economie emergenti sono molto più dinamiche e decise di quelle tradizionali e i mercati se ne sono accorti. La settimana scorsa la Cina vota un pacchetto di sostegno dell’economia di quasi 600 miliardi di dollari e tutte le piazze affari reagiscono positivamente.

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La crisi del credito, nata in occidente e in particolare negli Stati Uniti, è dunque l’occasione
tanto attesa per far ascoltare la voce delle economie emergenti. È tempo che queste partecipino alle decisioni chiave riguardo al funzionamento dell’economia mondiale anche perché ne subiscono le conseguenze. Il Brasile che ha rispettato le dure condizioni del Fondo Monetario ed ha risparmiato durante il periodo dell’abbondanza adesso soffre a causa dell’assenza di controlli, regole e dell’eccessivo indebitamento di Wall Street. In un sistema globalizzato le regole del gioco devono essere uguali per tutti.
Una cosa è certa, dopo una crisi della portata di quella attuale, è difficile pensare che la governance del G20 si riveli peggiore di quella dei ‘magnifici sette’.


Loretta Napoleoni

[Tratto da Il Caffè, 16 novembre 2008]

Pubblicato il 19/11/2008 alle 9.42 nella rubrica il Caffé.

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