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Elezioni come al tempo del grande Gatsby

Come nell'età del Jazz gli USA hanno registrato un impoverimento della classe media a favore di quella ricca

Le elezioni americane passeranno alla storia per molti motivi: candidato di colore, vicepresidente donna e clima economico molto simile a quello dei tempi del grande Gatsby. Ma le similitudini con l’Età del Jazz, come Scott Fitzgerald definì gli anni ’20, non si riferiscono al grande crollo del ’29 che li concluse, ma allo sconcertante impoverimento della classe media a favore di quella ricca, un fenomeno che durante gli otto anni di presidenza di Bush ha assunto dimensioni identiche a quelle degli anni Venti.
La distribuzione del reddito americano nel 2008 è la fotocopia di quella del 1928. In quell’anno, come nel
2007, l’1% della popolazione percepisce il 24% del reddito nazionale. Si tratta di cifre eccezionali. Dal 1940 al 1984, ad esempio, la fetta di ricchezza di quell’1% di ricchi non ha mai superato il 15% e durante gli anni ’60 e ’70, gli anni del boom economico, è scesa addirittura sotto il 10%. Quando la ricchezza si concentra nelle mani di pochi gli economisti parlano di ‘stagnazione’ del redditò, una parola che nessuno dei candidati in lizza per la Casa Bianca ha mai usato. Eppure è questo il male vero dell’America. Ed i sondaggi condotti nel 2006, dopo la vittoria dei democratici al Congresso, confermano che ben prima che l’uragano subprime si abbattesse sul Paese, le preoccupazioni profonde della popolazione non erano
relazionate alla guerra in Iraq ma all’impoverimento. Nel 2007, il 90% della popolazione ammetteva di essere terrorizzata dal futuro dell’economia ed era convinta che la politica economica di Bush fosse sbagliata, una piccola percentuale temeva anche per il futuro dei propri figli. È un’affermazione sconcertante e profondamente pessimista in un paese la cui Costituzione parla del diritto alla felicità.
Barak Obama menziona spesso la redistribuzione del reddito, ma usa questa espressione in modo vago, senza addentrarsi nei meccanismi che la renderanno possibile. John McCain mette in guardia la nazione sulle politiche fiscali di Obama che vuole sgravi fiscali per chi guadagna meno di 250.000 dollari, come se questo fosse il salario degli operai alla catena di montaggio della General Motors. Nel 2007 il reddito mediano, compreso tra il reddito dei ricchi e quello dei poveri, era sotto i 50.000 dollari l’anno, chi ne guadagna cinque volte tanto non è certamente un proletario.
Obama si guarda bene dall’usare i dati della stagnazione del reddito contro McCain quando questo difende apertamente i tagli fiscali di Bush responsabili per la perdita di potere d’acquisto dei redditi della classe media.
I democratici non vogliono usare le cifre della stagnazione del reddito perchè l’apertura della forbice tra i
ricchi e la classe media è iniziata negli anni ’90, sotto il grande Bill Clinton. Barak Obama invece non li usa
per pudore, teme che facendolo ci si accorga che questo grande paese, che martedì ha eletto il primo presidente nero, più che razzista è diventata una nazione ingiusta. Sono i dati della distribuzione del reddito a dircelo.  Dal 2000 al 2006, l’economia americana è cresciuta del 18%, ma il reddito reale delle famiglie di lavoratori mediane si è contratto dell’1.1%; ciò vuol dire che guadagnano circa 2.000 dollari meno che nel 2000. Il reddito del 10% dei più ricchi è invece salito del 32%, quello dell’1% dei ricchissimi del 203% e lo 0.1%, i super-ricchi, ha riscontrato un guadagno del 425%.
Le campagne elettorali europee sono ben diverse, i candidati sparano cifre e si accusano gli uni contro gli altri utilizzando dati statistici. Forse gli europei sono più cinici o forse sono più abituati a essere eletti sulla base dei fatti e non in base all’ideologia. Change, cambiamento, e Yes We Can, sì lo possiamo fare, gli slogan di Obama, vaghi ma positivi. La lotta tra i due candidati americani non entra mai completamente nell’arena dell’economia perchè nessuno ne ha dimestichezza, ma anche perchè è un argomento difficile da imbrigliare nell’ideologia repubblicana o democratica.
Come può McCain giustificare all’elettorato della classe media americana i benefici della politica neo-liberista che il suo partito ha perseguito dai tempi del presidente Ronald Reagan, quando il crollo di Wall
Street ha dimostrato il contrario? E come può Obama promettere un’equa redistribuzione del reddito
per la stessa classe quando ciò comporterebbe tasse più elevate per chi ha finanziato la sua campagna elettorale?
A differenza degli europei i candidati americani dipendono dalle lobby che pagano costosissime campagne elettorali. Dietro la decisione di Obama di rinunciare ai finanziamenti statali, che avrebbero messo un limite ai soldi da spendere, c’è la certezza di avere dietro le spalle quasi tutta Wall Street ed una fetta di quell’1% di ricchissimi che durante gli anni di Bush ha intascato gran parte della ricchezza creata dalla nazione. A pochi giorni dalle elezioni Barak Obama ha speso 660 milioni di dollari, è la campagna
elettorale più costosa della storia americana.
È anche vero che l’economia, specialmente al tempo del grande Gatsby, non si impara in campagna elettorale nè sui banchi di scuola, ci vuole esperienza ed ingegno, due doti che nulla hanno a che vedere con il carisma richiesto per vincere le elezioni nel Paese più potente del mondo, doti che almeno fino ad ora nessuno dei candidati ha dato prova di possedere. C’è solo da sperare che prima di prendere possesso della Casa Bianca, alla fine di gennaio, il futuro presidente frequenti un corso intensivo
di economia per essere pronto alla grande battaglia del secolo.


Loretta Napoleoni

[tratto da IL CAFFE', 2 novembre 2008]

Pubblicato il 11/11/2008 alle 15.24 nella rubrica Politica.

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