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Energia, ambiente e economia

Di seguito il mio intervento ai Dialoghi di Trani (avvenuto 26 settembre 2008 - Sala Federico II del Castello Svevo di Trani, in Piazza Re Manfredi, ore 19.00. Coordinato da Giorgio Zanchini). Si tratta di un articolo inedito.


Crollano le borse e si scopre che per più di un decennio le banche si sono indebitate oltremisura. Il benessere, dunque, era solo un’illusione, poggiava su una piramide di debiti il cui crollo rischia di travolgere le economie dei paesi industrializzati. E per evitare questo scenario la Riserva Federale, il Tesoro americano e le banche centrali europee stanno dando fondo alle riserve bancarie al punto che la Polonia ormai ne possiede il doppio degli Stati Uniti e del Regno Unito. Il salvataggio di Wall Street costerà a Washington 1.200 miliardi di dollari, soldi che non ha, quindi l’America si dovrà indebitare ulteriormente. La scorsa primavera, per risolvere la crisi energetica ed alimentare, che ha fatto salire il numero di americani che mangiano grazie ai buoni alimentari a 35 milioni, non si è speso neppure un dollaro. Ciò che balza agli occhi è il trattamento privilegiato che la crisi finanziaria sta ricevendo rispetto a quello ricevuto dalle crisi dell’economia reale.
Pochi si sono accorti che tra le tante misure prese negli ultimi dieci giorni quella che ha fermato la discesa pazza degli indici di borsa è stata la proibizione del cosidetto short-selling. Si vende un’azione oggi con il vincolo di ricomprarla a brevissimo perché si prevede che costerà meno e così si intascano i profitti.  Questa pratica è popolare tra speculatori e hedge-funds, società dove sono parcheggiate grandi quantità di denaro, che possono, proprio grazie alla loro grandezza, influenzare la psicologia del mercato a loro vantaggio.

Dopo l’11 settembre, pratiche simili, che puntavano a guadagnare sull’aumento del prezzo del petrolio legato a ipotetici attacchi terroristi nei paesi del golfo, ne hanno fatto gravitare le quotazioni fino ai picchi della scorsa primavera, quando l’oro nero ha sfondato la barriera dei $140 al barile. Questi valori hanno prodotto veri e propri cataclismi economici. Uno di questi ha colpito il mercato delle soft-commodities, dove si vendono e comprano beni di consumo basilari dal grano agli oli vegetali. Il mercato a termine di questi prodotti, i cosidetti futures, esiste per proteggere consumatori e produttori dalle fluttuazioni dei prezzi, ma dal 2001 è stato letteralmente colonizzato dagli speculatori e dagli hedge funds che sono arrivati a controllare più del 50% dei futures della soya ed il 67% di quelli del grano.
L’impennata dei prezzi della scorsa primavera era guidata dalla speculazione rampante di chi scommetteva sull’aumento dei prezzi. La crisi alimentare che ancora miete le sue vittime nei paesi in via di sviluppo e che ha fatto gravitare il costo della spesa quotidiana in quelli industrializzati nasce, dunque, da un’ attivita’ speculativa identica a quella  che la scorsa settimana ha portato al crollo delle borse mondiali. 

Quando il mercato gira il sistema neo-liberista, o meglio il vecchio sistema in piedi fino a dieci giorni fa’, premia l’azzardo, e questo indipendentemente dai motivi alla base del cambiamento: paura del terrorismo o mancanza di fiducia nelle banche. La domanda che dobbiamo porci e’ perche’ la settimana scorsa i governi hanno bloccato il meccanismo della scommessa al ribasso e mesi fa, quando il prezzo del petrolio saliva anche di $12 in una giornata, nessuno ha suggerito una manovra simile per quello al rialzo? Eppure il problema del costo energetico ed alimentare è tanto importante quanto quello del crollo dei mercati, tutti e due hanno il potere di spingere le economie occidentali nella spirale della depressione da dove queste a fatica riemergono. Ogni dollaro in più speso alla pompa di benzina brucia un miliardo di dollari nell’economia americana, riduce quindi il contante disponibile per vivere ed ha un effetto depressivo sulla crescita economica.

La risposta è semplice: dalla fine degli anni ’80, nei paesi industrializzati il peso della finanza rispetto a quello dell’economia reale è aumentato. Ciò significa che l’interscambio nelle borse produce una fetta sempre più grande del PIL. E questo è un errore perché la finanza dovrebbe oliare l’intero meccanismo, non rimpiazzarlo. Nell’economie emergenti come il Brasile, la Russia, la Cina e l’India, è l’economia reale che sostiene la crescita del PIL. Ognuno di questi paesi ha politiche energetiche più complesse di quelle occidentali, il Brasile è all’avanguardia nella produzione di bio-energia attraverso la canna da zucchero.

Il crollo dei mercati della scorsa settimana ha ridimensionato il settore finanziario occidentale ma non ne ha cambiato il funzionamento. Finché i guadagni in borsa saranno piu’ alti di quelli nell’economia reale la finanza assorbirà la maggior parte della liquidità del sistema. Il salvataggio delle banche negli Stati Uniti ha già prosciugato le scarsissime risorse governative per ridurre la dipendenza dal petrolio e per avviare un processo economico che non porti alla distruzione del pianeta, pur sfruttandone le risorse.

Il sistema deve quindi cambiare e tornare a essere regolato dallo stato per evitare squilibri e crisi come quella attuale. E’ questa un’occasione d’oro per lanciare non solo un’economia eitica ma anche una ecologica. Ma a pretendere questo cambiamento deve essere il cittadino, colui che alla fine paga il conto per l’ingordigia dell’alta finanza, lo stato non e’ in grado di farlo. E la risposta protezionista aggraverebbe ulteriormente la crisi.  Il consumatore ed il contribuente che giornalmente devono fare i conti con la crisi dell’economia reale e con quella finanziaria sono nella posizione ideale per suggerire cosa deve cambiare.

L’agenda comprende il potenziamento delle economie locali ed il risparmio energetico. Nei paesi industrializzati le infrastrutture per attuarli gia’ esistono, ciò che serve è l’incentivo fiscale da parte dello stato e l’impegno dei cittadini. Nell’Oregon esistono alcuni esempi di comunità che da anni praticano questi principi ed infatti le banche locali non sono rimaste coinvolte nella crisi dei mutui perché hanno finanziato il settore immobiliare soltanto con i fondi a loro disposizione. Il potenziamento delle economie locali produce automaticamente un risparmio energetico perché molti prodotti non debbono essere trasportati per lunghe distanze. E’ chiaro che queste politiche richiedono anche cambiamenti nelle abitudini alimentari ma sarà proprio il nostro leggerissimo portafogli a facilitarli: il problema se comprare o meno le fragole cilene a Natale non si porrà neppure dal momento che non potremmo più permettercelo!


Loretta Napoleoni

 

Pubblicato il 7/10/2008 alle 11.35 nella rubrica Economia.

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