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Telenovela Chávez

La morte di Manuel Marulanda e la liberazione di Ingrid Betancourt hanno accelerato la crisi delle Farc. Ma è presto per parlare della loro fine. L'asso nella manica potrebbe essere un accordo con il presidente venezuelano Hugo Chávez



La spettacolare liberazione di Ingrid Betancourt ha lasciato il mondo a bocca aperta e Hollywood già sta lavorando alla sceneggiatura del film. Ma più che una pellicola nostalgica di quando il mondo era diviso in due blocchi, il declino delle famigerate Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) potrebbe essere l'argomento di una puntata della telenovela Chávez.
È un errore cercare di snodare l'intricata matassa di relazioni tra politici, terroristi e milizie usando gli strumenti della guerra fredda: da una parte l'ostaggio celebre – icona dello sforzo democratico della Colombia – un presidente intraprendente, Álvaro Uribe, sostenuto da Washington, e una coalizione fenomenale con in testa l'Eliseo e i servizi segreti israeliani; dall'altra le Farc, l'imprevedibile presidente-dittatore venezuelano Hugo Chávez e il movimento antimperialista dell'America Latina.
La realtà, si dice, supera sempre la finzione e nei prossimi mesi sarà bene che gli sceneggiatori di Hollywood ne facciano tesoro. Con il terrorismo, però, è impossibile fare previsioni accurate.
Sei mesi fa tutti gli analisti concordavano sul fatto che le Farc erano l'unico gruppo armato in America Latina in grado far sentire la loro presenza al di là dei confini colombiani. Da anni le Farc hanno rapporti con l'Ira e con l'Eta e fanno affari con i banchieri libanesi di Hezbollah a Ciudad del Este, nella famigerata triple frontera. Eppure, nel giro di pochi mesi, l'esercito colombiano, affiancato da quello statunitense, ha mandato in frantumi la cupola dell'organizzazione. Il 1 marzo ha perso la vita in un bombardamento lungo il confine ecuadoriano il numero due delle Farc, Raúl Reyes. A fine maggio le Farc hanno annunciato la morte del fondatore Manuel Marulanda, detto Tirofijo. Defezioni e tradimenti hanno decimato i militanti e la direzione ha ammesso che ci sono stati degli infiltrati. Nel giro di qualche mese la punta di diamante del terrorismo latinoamericano è diventata un esercito allo sbando. Se oggi Betancourt è libera, è anche grazie alla mancanza di comunicazione e di coordinamento delle Farc.

Un finale inaspettato
È però prematuro annunciare la fine delle Farc. Non è la prima volta, infatti, che sono date per spacciate. Nel 1980 il numero dei militanti era sceso a duecento e l'organizzazione non aveva neanche i soldi per sfamare i pochissimi guerriglieri rimasti. Ma Tirofijo ebbe un'intuizione geniale: stipulò un accordo con la narcomafia colombiana, ai tempi gestita da un pugno d'individui, e offrì protezione armata contro l'esercito in cambio di una quota dei profitti del narcotraffico. Era quello di cui il cartello aveva bisogno: tenere lontano l'esercito colombiano per moltiplicare la produzione di cocaina. Il sodalizio ha funzionato e le Farc si sono arricchite. L'attuale declino è legato alla politica di sradicamento delle piantagioni di coca in Colombia, all'ostilità della popolazione civile vessata dai sequestri e dalle tasse rivoluzionarie e all'appoggio militare degli Stati Uniti. Ma il nuovo leader delle Farc, l'antropologo sessantenne Alfonso Cano, potrebbe avere un asso nella manica: un accordo di cooperazione con un protettore illustre, il presidente del Venezuela.
Hugo Chávez ha più volte sostenuto la causa politica delle Farc, arrivando a chiedere a Uribe di riconoscere l'organizzazione come forza politica in cambio della promessa di smobilitarla. La Colombia e gli Stati Uniti sostengono che Chávez "protegge" le Farc, un verbo diplomatico dietro cui si nasconde la convinzione che il Venezuela sponsorizzi la guerriglia.
A maggio, dopo la morte di Reyes, l'Interpol ha recuperato tre laptop che contenevano alcune informazioni su una presunta offerta di 300 milioni di dollari da parte di Chávez. In un'email si ventilava la possibilità che le Farc addestrassero alla guerriglia delle forze venezuelane. Perché?
In America Latina c'è chi crede che Chávez voglia trasformare le Farc in una milizia personale, un esercito ombra nascosto nella foresta tropicale che copre la maggior parte del confine con la Colombia. Per questo esercito Caracas avrebbe comprato mille AK-42 dalla Russia, un'arma prediletta da terroristi e dai guerriglieri, che non è in dotazione dell'esercito venezuelano. Le condizioni economiche della Colombia e del Venezuela sembrano confermare la tesi che le Farc o si trasformeranno o scompariranno. La crescita è rapida in tutti e due i paesi, ma la gestione dell'economia è diversa.
Il presidente Uribe, notoriamente filostatunitense, è riuscito a stimolare la crescita con l'esportazione manifatturiera verso gli Usa e il flusso di capitali stranieri, che dal 2002 si sono triplicati raggiungendo 6,3 miliardi di dollari. Povertà e disoccupazione sono scesi e l'indice di gradimento del presidente è salito dell'80 per cento, grazie anche alle vittorie sulle Farc e sulla criminalità. Gli omicidi sono diminuiti del 40 per cento e gli attacchi terroristici del 77 per cento. La produzione di cocaina cala e, man mano che si sradicano le piantagioni, i coltivatori di coca le spostano in Perù, in Bolivia e in Venezuela.
Invece la crescita economica venezuelana è legata al petrolio e alla spesa pubblica. Nel paese non esiste un settore privato. L'economia è in preda a un'inflazione galoppante: il 23 per cento nel 2007 e quasi il doppio nel 2008. Inoltre c'è una carenza cronica di prodotti base come il latte e la farina. La retorica anticapitalista del presidente alimenta la fuga dei capitali.
La criminalità ha raggiunto livelli da record, mentre l'indice di gradimento di Chávez è sceso del 40 per cento. E il presidente fa fatica a mantenere buoni rapporti con i vicini antimperialisti, come il boliviano Evo Morales, su cui vuole esercitare la sua influenza politica.

Ed ecco il finale inaspettato di questa puntata della telenovela Chávez: le Farc impediscono che l'opposizione contro il presidente venezuelano abbia la meglio e in cambio hanno via libera per gestire il narcotraffico proveniente dalle nuove piantagioni attraverso il Venezuela. Si perfeziona la transizione da gruppo armato a narcomafia e, al tempo stesso, si completa quella da presidente a dittatore.


Loretta Napoleoni

Tratto da Internazionale 728, 24 gennaio 2008

Pubblicato il 26/9/2008 alle 14.36 nella rubrica Economia.

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