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Le differenze tra gli attentati di Mumbai e l'11 settembre


Gli americani mangiano il tacchino nel giorno del ringraziamento incollati alla tv che manda in onda le agghiaccianti immagini degli attentati a Mumabi. Le similitudini con l'11 settembre sono poche. Si tratta di attacchi simultanei ben coordinati, ma nulla di più.


Il misterioso gruppo che si fa chiamare Mujahedeen Deccan è profondamente diverso dai martiri di al Quaeda. Si tratta di un commando di giovanissimi che non hanno intenzione di fare i kamikaze ma che praticano lo sconto armato. La dinamica dell'attacco ricorda l'attentato a Monaco durante i giochi olimpici degli anni '70. E la presenza di ostaggi è un'arma di propaganda differente dalla strategia della distruzione. Ci troviamo davanti a una fusione tra terrorismo vecchio e nuovo. Una miscela esplosiva. Il cambio di tattica, dal martirio alla guerriglia, ha preso tutti alla sprovvista, inclusa la sicurezza indiana. L'errore dell'anti-terrorismo è presupporre che ci sia un'unica modalità di attacco derivata da una sorta di manuale delle tattiche terroristiche. Invece si tratta di una guerra asimmetrica. Un commando di alcune decine di ragazzi tiene in scacco una città di 20 milioni di abitanti e di 40.000 unità di polizia. Una megalopoli paralizzata per aver preso di mira due alberghi a cinque stelle, un ristorante alla moda, una stazione e un ospedale. Tutti simboli dell'India moderna che emerge economicamente ed entra nel club dei potenti, il G20.
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La paura di Al Qaeda


Il pericolo vero è la diffusione della paura di Al Qaeda come multinazionale globale del terrore.


Trapelati l'11 luglio, gli estratti della bozza del National intelligence estimate (Nie), un documento che la Cia compila periodicamente insieme alle altre agenzie di sicurezza statunitensi, hanno fatto il giro del mondo. Suscitando una nuova ondata di paura nei confronti di Al Qaeda. La stampa nazionale e internazionale ha descritto scenari apocalittici, compresi i dettagliati pronostici di attacchi imminenti nei cieli occidentali sul modello dell'11 settembre, tutti organizzati da Osama bin Laden. Nessuno ha sottolineato che Washington e i suoi alleati, sei anni dopo l'11 settembre, non sono ancora riusciti a stanare Bin Laden dal suo nascondiglio in Pakistan.
Nessuno ha poi messo in dubbio la validità degli estratti, fatti pervenire alla stampa da anonimi funzionari dell'intelligence. Eppure, il National intelligence estimate non è un rapporto, cioè un documento basato su fatti concreti, ma una stima, una previsione. Quindi la sua bozza è la previsione di una previsione. [...] Il National intelligence estimate si è già sbagliato molte volte. Per esempio, nel 1962 disse che i sovietici non avrebbero installato dei missili a Cuba, nel 1974 liquidò l'ipotesi che nella prima metà del 1975 Hanoi avrebbe lanciato una grande offensiva. E nel 1989 giudicò improbabile un conflitto nel golfo Persico. Secondo la bozza fatta pervenire alla stampa, la guerra in Iraq è la calamita ideologica della nuova Al Qaeda. E su questo è difficile non essere d'accordo. Ironicamente, è stato proprio un rapporto errato a contribuire al fiasco iracheno. A metà settembre del 2002, infatti, la commissione del senato sull'intelligence ne chiese uno sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Il documento, preparato nel giro di poche settimane, diventò il famigerato rapporto dell'ottobre 2002 su cui l'amministrazione Bush costruì il casus belli per l'attacco preventivo all'Iraq. Un anno dopo, la stessa commissione dichiarava che "buona parte delle valutazioni decisive contenute nel rapporto erano esagerate o non suffragate da riscontri dell'intelligence".
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PAROLE, NIENTE FATTI CONCRETI


Solo parole e niente fatti concreti, questo il messaggio emerso dall’incontro del G20 che si è tenuto ieri a Washington. L’economia del villaggio globale si sgretola sotto i nostri occhi, l’America di Bush chiede aiuto al mondo perchè il G7 non è più in grado di gestirne l’economia, ma siamo ancora molto lontani dalla formulazione di un nuovo modello. Niente Bretton Woods per ora. Incertezza, confusione e mancanza d’idee caratterizzano i piani di salvataggio dei magnifici sette della globalizzazione. La polemica verte su come ristrutturare il libero mercato, che ha prodotto la catastrofe finanziaria. Il Regno Unito snobba la proposta francese, reputata ‘eccessiva’ in materia di regolamentazione finanziaria, si teme insomma l’abbandono dei principi del libero mercato. Anche l’America di Bush, non vede di buon occhio il controllo dei mercati e teme il ritorno del protezionismo. Sullo sfondo la crisi incalza, un uragano che settimana dopo settimana guadagna forza: l’economia europea è ufficialmente in recessione, quella americana segue a ruota e si trova a dover fronteggiare il crollo della produzione industriale. Soltanto il salvataggio della General Motor farà gravitare il Tarp (il piano di salvataggio americano) di 200 miliardi di dollari. Non resta che chiedere aiuto a quei Paesi fino ad ora considerati i fanalini di coda dell’economia mondiale.

Il G20 nasce all’indomani della crisi dei mercati asiatici, alla fine degli anni ’90, vi fanno parte i paesi del G7 e 13 economie emergenti, i parenti poveri, “quelli che agli incontri del G7 erano ammessi solo nell’intervallo del caffè’”, precisa il ministro delle finanze brasiliano, Guido Mantega.
L’incontro di Washington ci fa capire che questa situazione non si ripeterà, nei prossimi anni saranno proprio le nazioni in via di sviluppo a sostenere l’economia mondiale. Queste, infatti, le previsioni del Fondo Monetario.
È quindi arrivato il momento di rimpiazzare il G7 con il G20.


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Elezioni come al tempo del grande Gatsby


Come nell'età del Jazz gli USA hanno registrato un impoverimento della classe media a favore di quella ricca

Le elezioni americane passeranno alla storia per molti motivi: candidato di colore, vicepresidente donna e clima economico molto simile a quello dei tempi del grande Gatsby. Ma le similitudini con l’Età del Jazz, come Scott Fitzgerald definì gli anni ’20, non si riferiscono al grande crollo del ’29 che li concluse, ma allo sconcertante impoverimento della classe media a favore di quella ricca, un fenomeno che durante gli otto anni di presidenza di Bush ha assunto dimensioni identiche a quelle degli anni Venti.
La distribuzione del reddito americano nel 2008 è la fotocopia di quella del 1928. In quell’anno, come nel
2007, l’1% della popolazione percepisce il 24% del reddito nazionale. Si tratta di cifre eccezionali. Dal 1940 al 1984, ad esempio, la fetta di ricchezza di quell’1% di ricchi non ha mai superato il 15% e durante gli anni ’60 e ’70, gli anni del boom economico, è scesa addirittura sotto il 10%. Quando la ricchezza si concentra nelle mani di pochi gli economisti parlano di ‘stagnazione’ del redditò, una parola che nessuno dei candidati in lizza per la Casa Bianca ha mai usato. Eppure è questo il male vero dell’America. Ed i sondaggi condotti nel 2006, dopo la vittoria dei democratici al Congresso, confermano che ben prima che l’uragano subprime si abbattesse sul Paese, le preoccupazioni profonde della popolazione non erano
relazionate alla guerra in Iraq ma all’impoverimento. Nel 2007, il 90% della popolazione ammetteva di essere terrorizzata dal futuro dell’economia ed era convinta che la politica economica di Bush fosse sbagliata, una piccola percentuale temeva anche per il futuro dei propri figli. È un’affermazione sconcertante e profondamente pessimista in un paese la cui Costituzione parla del diritto alla felicità.

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Lezione di Politica


Il sogno di Martin Luther King si avvera e la lunga marcia di Malcom X raggiunge la Casa Bianca. Dietro Barak Obama c’e’ un movimento sociale tanto prorompente quanto quello degli anni ’60, una forza sociale motivata oggi, come mezzo secolo fa’, dall’ingiustizia sociale. Questa volta la discriminante non e’ il colore ma la distribuzione del reddito americano che e’ la fotocopia di quella del 1928, quando l’1% della popolazione percepiva il 24% del PIL. Si tratta di cifre eccezionali. Dal 1940 al 1984 la fetta di ricchezza di quell’1% di ricchi non ha mai superato il 15% e durante gli anni ’60 e ’70 e’ scesa addirittura sotto il 10%.
Dai tempi del Presidente Reagan le campagne elettorali ruotano intorno alle promesse di sgravi fiscali, un’ammissione implicita che lo stato non sa gestire il denaro pubblico. E’ un messaggio diretto a un elettorato benestante - creato durante gli anni dell’equa redistribuzione del reddito - che non esiste piu’. Le politiche neo-liberiste di Bush hanno impoverito la classe media. Dal 2000 al 2006, l’economia americana cresce del 18%, ma il reddito reale delle famiglie di lavoratori mediane si contrae dell’1,1%, costoro guadagnano circa 2.000 dollari meno che nel 2000. Il reddito del 10% della popolazione, invece, sale del 32%, quello, dell’1% dei ricchissimi del 203% e quello dello 0.1%, i cosidetti super-ricchi, del 425%.
La campagna elettorale di Obama punta sulla nuova America, quella impoverita. Intuisce l’esistenza di un movimento sociale e decide che le battaglie sociali non si combattono in piazza, come negli anni ’60, ma attraverso i sistemi di comunicazione alternativi: internet, wap, telefonini e naturalmente porta a porta. E’ questa la vera, grande rivoluzione del primo presidente americano di colore. I ventenni guru dei network sociali, tra cui l’inventore di Facebook, ne disegnano la web, che subito diventa il motore del finanziamento della campagna, a loro confronto Karl Rove, l’architetto della vittoria di Bush, e’ un dinosauro. Per i primi 12 mesi il messaggio politico viaggia sulle ali del marketing d’avanguardia, quello delle giovanissime generazioni cresciute nell’era delle telecomunicazioni, lontano dai quotidiani e dalle televisioni. Solo nello sprint finale si utilizzano i network televisivi.
L’America e’ lo specchio dell’occidente. L’ingiustizia sociale piaga anche l’Europa, il movimento sociale che ha creduto in Obama esiste anche a casa nostra. Qualcuno deve risvegliarlo. Poiche’ viviamo nel villaggio globale utilizziamo gli stessi canali usati da Obama. Ma bisogna mobilitarsi subito. Ci sono voluti cinquant’anni per realizzare il sogno di Martin Luther King, noi ne abbiamo a disposizione solo cinque per risvegliare l’Italia.


Loretta Napoleoni



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Un saluto, Loretta

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Mi chiamo Loretta Napoleoni e ho deciso di aprire un blog per condividere i miei articoli e le mie opinioni con la rete.

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