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Godiamoci queste vacanze “volatili”



È tempo di vacanze e l’Europa è intenta a fare i preparativi per raggiungere  mari e monti sullo sfondo dell’onnipresenza della recessione economica. Non è infatti vero che l’economia occidentale ha girato l’angolo e che il Pil mondiale ha ripreso a salire, come sostengono alcuni governi. Le ultime previsioni del Fondo Monetario Internazionale per l’Europa, annunciate pochi giorni prima dei risultati dei test sulla solvibilità delle banche,  parlano di una crescita anemica di appena l’1%.

I dati sfornati a luglio negli Stati Uniti - la vecchia locomotiva economica del mondo – parlano chiaro: da quelli sulla disoccupazione a quelli dell’industria immobiliare mostrano una ripresa dalla recessione. La tanto temuta lettera W sta per diventare il simbolo dell’andamento di una crisi con due picchi e due valli. E da un paio di mesi l’occidente scivola inesorabilmente lungo la seconda.

Persino la Cina, la moderna locomotiva dell’economia mondiale, si è inceppata. Il rallentamento della crescita economica di questo paese, previsto per il 2010 ed il 2010, contribuisce a rafforzare lo scetticismo riguardo alla ripresa mondiale. Per quasi tre anni, l’economia cinese ha sostenuto quella mondiale continuando a consumare una quantità ingenti di materie prime per modernizzare il paese e producendo prodotti a basso prezzo, che hanno frenato la caduta della domanda mondiale. Ebbene anche in questa fucina economica l’attività sta rallentando.

Viene spontaneo chiedersi se al ritorno dalle vacanze ci aspetta un autunno di lacrime e sangue, anche perché le prime conseguenze dei programmi di austerità varati dai governi occidentali, molti con la supervisione del Fmi, si faranno sentire in autunno. Dalla Grecia fino al Portogallo, dalla Gran Bretagna all’Italia, i primi a rendersene conto saranno gli operai.

Mentre i dipendenti pubblici vedono allontanarsi la meta della pensione di qualche anno, gli operai perdono il lavoro. E sicuramente la disoccupazione e’ il tallone d’Achille di questa recessione, come lo fu della Grande depressione. Lo sostiene ormai gran parte degli economisti mondiali.

Tra le critiche più agguerrite alle politiche anticongiunturali dei paesi occidentali c’e’ la visione a breve termine che ha portato politici come Obama a cercare di risollevare un’economia in caduta libera a causa del debito indebitandosi ulteriormente. Gli europei sono stati costretti a fare marcia indietro solo perché lo spettro dell’insolvenza della Grecia ha minacciato la moneta comune. Ed adesso si trovano in un vicolo cieco dal momento che i tagli imposti non solo aumenteranno i tassi di disoccupazione, che in Europa hanno già raggiunto il valore medio de 10%, ma rischiano di falciare le gambe alla ripersa economica.

Sul fronte finanziario la volatilità è ormai diventato l’aggettivo che meglio descrive il funzionamento dei mercati. Quelli delle monete si sono trasformati in gigantesche montagne russe dove le quotazioni dei tassi si muovono come vetture impazzite. Anche i mercati azionari ed obbligazionari sono in preda all’incertezza e questo conferma l’esistenza di ingenti quantità di denaro che al momento non sanno bene dove ubicarsi. La Svizzera ne è diventata uno dei ricettacoli più sicuri e, dato che in autunno la volatilità, anche le tendenze a rivalutare il franco si faranno sempre più pressanti.

Austerità, disoccupazione, crescita anemica e volatilità, ecco cosa ci aspetta dietro l’angolo. E mentre nel Vecchio continente operai ed impiegati pubblici scenderanno in piazza per protestare, nel sud del mondo il commercio tra i Paesi Bric quello tra sud-sud continuerà ad aumentare, conquistando un’altra fetta di mercato globale che un tempo apparteneva all’occidente.

Godiamoci allora queste vacanze, che probabilmente saranno sicuramente memorabili anche perché potrebbero essere le ultime per un lungo periodo!


Loretta Napoleoni
[tratto da il caffè]








La carestia monetaria scatta nel 2012



Il calendario Maya finisce il 21 dicembre del 2012, un mistero che archeologi e futuristi hanno interpretato come l’inizio di una nuova era. I dati sull’indebitamento delle banche prodotti questa settimana dalla Bank for International Settlements, sembrano confermare che almeno nel settore finanziario il 2012 sarà un anno di cambiamenti epocali. A livello mondiale, il settore bancario ha accumulato un debito di 5 mila miliardi di dollari, e si tratta di titoli che matureranno nei prossimi due anni. 2.600 miliardi sono detenuti dalle banche europee e 1.300 da quelle Usa. Ciò significa che entro la fine del 2012, costoro dovranno pagarne le cedole e per farlo emetteranno nuove obbligazioni che venderanno sul mercato internazionale dei capitali. Tutto ciò non sarebbe un gran problema se contemporaneamente i governi deficitari europei non facessero la stessa cosa. Ed è nel Vecchio continente che nel 2012 ci sarà la lotta tra stati e banche per accaparrarsi i liquidi. Grecia, Spagna Italia e Portogallo, ma anche  Francia e Germania si scontreranno con i propri istituti di credito.

I primi segnali della carestia monetaria sono già evidenti. Negli ultimi vent’anni le banche hanno usato il mercato obbligazionario per rastrellare fondi che poi hanno dato in prestito a imprese ed individui. La prassi era emettere titoli a breve per prestare soldi a lungo termine. E dato che i tassi d’interesse scendevano, questa strategia ha funzionato. Ma dal 2008 è diventato sempre più difficile coprire nel breve i prestiti concessi nel lungo periodo. Per salvare alcune banche dalla bancarotta sono dovuti intervenire gli stessi governi - già indebitatissimi - e le banche centrali. L’avvento dell’austerity in Europa ha portato alla chiusura dei piani di salvataggio governativi, a questo punto banche e governi se la devono cavare da soli. I mercati attendono i risultati degli stress test delle banche europee nella speranza che siano migliori di quanto ci si aspetta per riprendere a far circolare il contante. Realisticamente, però, il sistema bancario si dividerà in due: da una parte chi ha ancora un buon capitale e dall’altra chi non possiede questa ciambella di salvataggio. Mentre le prime riusciranno ad  attingere al mercato dei capitali, per le seconde la ricerca di liquidità sarà sempre più difficile. Entro il 2012 per sopravvivere molte dovranno fondersi tra di loro, ma alcune chiuderanno i battenti.

Assisteremo ad un riassetto globale del sistema bancario dettato dalla penuria monetaria e dalla concorrenza agguerrita tra banche e stati. Ed è probabile che da questo terremoto finanziario, che ridisegna il sistema bancario internazionale, la Svizzera ne esca solo con qualche graffio dando prova ancora una volta di essere un leader nella gestione del denaro altrui.



[Tratto da il caffè del 18 luglio 2010]





G20 e G8 devono rinnovarsi tanto quanto la fifa


Non succede spesso che il G20 ed il G8 avvengano allo stesso tempo ed ancora più raro è che l’incontro si svolga mentre si giocano i mondiali di calcio. Viene spontaneo chiedersi se questo fine settimana i partecipanti hanno guardato qualche partita insieme, tifando per le squadre nazionali. Obama, Cameroon, la Merkel e Lula con gli occhi fissi al video che sorseggiano una birra ghiacciata? Perche no? La febbre del football è contagiosa. E viene spontaneo anche chiedersi per chi tifano Berlusconi e Sarkozy, leader delle due grandi espulse di questo mondiale: Italia e Francia. Sicuramente non per la Germania; ma è probabile che le loro preferenze non siano andate neppure agli Stati Uniti, che al G20 ed al G8 hanno continuato a comportarsi da “supercampioni” quando invece non lo sono più. I mondiali di calcio in Sud Africa sembrano tanto imprevedibili quanto l’economia globalizzata argomento dell’incontro delle venti nazioni più importanti al mondo in Canada; persino la frustrazione dei leader politici è simile a quella degli allenatori. Questo fine settimana, gli occhi di tutta l’Inghilterra sono puntati su Capello e Cameroon che sanno bene che basterebbe un piccolo passo sbagliato per far piovere le critiche, far rimpiangere la loro scelta e veder precipitare la propria popolarità. Il G20 ed il G8, poi, hanno molto in comune con la Fifa, un’organizzazione che ha bisogno di rinnovarsi, di modernizzarsi ma che continua a funzionare come se il tempo si fosse fermato agli anni Settanta. Ecco perchè nessuna di queste istituzioni riesce a controbattere alle critiche ed alle accuse che piovono un po’ da tutte le parti. Il parallelo tra il mondo del calcio e quello dell’economia globalizzata non finisce qui. I giocatori francesi che entrano in sciopero e rifiutano di allenarsi ci fa pensare alla disputa di Pomigliano ed a quella nel Guandong, in Cina, classe operaia e sportivi domandano giustizia; gli arbitri che espellono calciatori senza nessun cartellino giallo o rosso, poi, fanno venire in mente la proposta di abolire l’articolo 41 della costituzione italiana per accomodare i capricci di Marchionne. In Sud Africa come in Canada assistiamo alla rivincita delle economie emergenti nei confronti dei paesi ricchi. Squadre composte da calciatori e allenatori miliardari perdono contro sportivi che giocano per passione, gente per la quale i mondiali sono sinonimo delle olimpiadi del calcio. Così il Ghana e la Slovacchia passano le eliminatorie mentre i ricchissimi campioni del mondo italiani se ne tornano a casa. Dall’altra parte del mondo, in Canada, India, Cina e Brasile fanno valere le loro opinioni forti della migliore performance durante la recessione. Il mondo cambia e sembra proprio che anche il calcio si adegui a questi cambiamenti!


Loretta Napoleoni

[Tratto da il caffè - settimanale della domenica]




La crisi, l'Europa e la Grecia


Ma allora non siamo fuori della crisi? Viene spontaneo chiedersi osservando il tasso di cambio dell’euro perdere quota quasi giornalmente, -15% dall’apice contro il dollaro raggiunto nel luglio del 2008. Questa volta però a trascinare verso il basso tutti gli indici di borsa non sono i famigerati hedge funds o le banche d’affari, ma le difficolta’ dell’Unione Europea nel gestire la prima vera grande crisi finanziaria della sua storia. Il rischio e’ l’insolvenza di una rosa di paesi europei, con in testa la Grecia, che hanno accumulato un deficit di bilancio ben al di sopra dei limiti imposti dall’euro zona. Quello della Grecia, il piu’ alto, era nel 2009 gia’ a quota 12,7% del Pil. Le domande sono tante ed e’ bene organizzarle cronologicamente per capire come siamo arrivati  a ridosso della bancarotta della moneta unica europea.

    Il deficit dell’euro zona, e cioè dei paesi che ne fanno parte, e’ de facto compensato dal surplus commerciale di una sola nazione: la Germania. Quando la Grecia, l’Irlanda, la Spagna, il Portogallo ma anche l’Italia, hanno aderito alla moneta unica, sui mercati internazionali il loro debito si e’ venduto a condizioni simili a quelle della Germania, un paese infinitamente piu’ ricco. La moneta comune ha ridotto il differenziale dei prezzi tra le obbligazioni tedesche e quelle irlandesi o greche. Quando c’era il marco, la sterlina irlandese e la dracma ai tedeschi costava molto meno indebitarsi che agli irlandesi o ai greci.

    Date le condizioni vantaggiose del credito questi paesi si sono indebitati eccessivamente. E qui e’ bene fare una pausa. L’unione Europea doveva intervenire anni fa’ e costringerli a rispettare i margini imposti dall’accordo di Maastricht sul debito pubblico. Ma se la politica monetaria comune funziona quella fiscale in realtà non esiste nell’euro zona. Bruxelles non ha muscoli per controllare quanto debito i governi vendano sui mercati internazionali, ne’ quelli per verificare cosa ci fanno con questi soldi. La Grecia li ha in parte sperperati, la Spagna li ha gestiti meglio, ma e’ finita invischiata in una speculazione edilizia senza precedenti, lo stesso si puo’ dire dell’Irlanda, e cosi’ via.

    Questo e’ un handicap serio. La crisi attuale e’ a carattere fiduciario, i mercati improvvisamente hanno deciso che non si fidavano più della Grecia e gli hanno girato le spalle. Sulla carta hanno ragione, ma perché allora la crisi non e’ scoppiata sei mesi fa’?
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Davos [articolo da il caffè]


Quest’anno i personaggi di spicco a Davos non provengono dal mondo dello spettacolo - come dimenticare agli inizi del 2000 la presenza di Sharon Stone - ne’ dall’alta finanza - un settore che per anni ha dominato la scena di questo villaggio alpino - ma dai luoghi di culto religioso dove negli ultimi 14 mesi la gente ha cercato conforto e protezione dalla crisi economica. A chiudere la tre giorni sull’economia e le sorti del mondo sara’ infatti Rowan Williams, l’arcivescovo di Canterbury. Ed e’ molto probabile che il suo discorso riprendera’ temi gia’ toccati dall’enciclica del Papa, Caritas in Veritatae.
Tema del quarantesimo incontro del World Economic Forum Annual sara’: migliorare le condizioni del mondo: ripensamenti, ristrutturazione e ricostruzione. Titolo sufficientemente vago per farci entrare i sei sottotemi: come rafforzare il sistema di sicurezza sociale, assicurare un’economia sostenibile, rafforzare la sicurezza, creare una struttura di valori etici e costruire istituzioni che funzionano.
A quanto pare ad aiutare gli organizzatori del forum a formulare quale argomento il rapporto tra etica ed economia e’ stata un’indagine condotta su facebook, alla quale hanno partecipato 130.000 iscritti provenienti dai paesi del G20. I risultati erano del tutto prevedibili: soltanto un quarto degli intervistati crede che le grandi multinazionali seguano un codice di comportamento etico negli affari.
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Hedge fund, non c'è il due senza il tre


Recidivi e’ l’aggettivo che meglio descrive quegli individui che hanno ripreso la speculazione pazza sui mercati, e ce ne sono tanti!

Tra questi c’e’ John Meriwether, gia’ manager di Long Term Capital Management, il primo hedge fund a fallire nel 1998 con conseguenze disastrose per Wall Street. Meriweather ha annunciato questa settimana che sta aprendo il suo terzo hedge fund,  il secondo, JWM Partners, quando ha chiuso i battenti ha lasciato i clienti con perdite pari al 44% dell’investimento originario. Viene spontaneo domandarsi com’e’ possibile che con due fallimenti di questa portata alle spalle si possa ritentare la sorte. Non e’ questa forse questa la filosofia di chi passa la vita intorno ai tavoli verdi? E la risposta e’ semplice, nessuno ha fatto nulla per regolarizzare i mercati ed assicurare che i recidivi ne siano tenuti fuori.

Il nuovo giocattolo finanziario di Meriwether sara’ un altro hedge fund dove si pratica il cosidetto ‘relative value arbitrage’, e cioe’ l’analisi quantitativa gia’ cavallo di battaglia di Long Term Capital management e di JWM Partners. Nulla di nuovo quindi sotto il sole. Questa tecnica e’ stata descritta “una gigantesca aspirapolvere che risucchia dal mondo perfino i centesimi” da Myron Scholes, che ha vinto il premio nobel dell’economia per la formula delle opzioni, la madre di tutti i derivati. A quanto pare funziona particolarmente bene quando i mercati sono confusi, o dislocati come si dice nel gergo finanziario. E non c’e’ dubbio che oggi lo siano grazie alla costante doccia di liquidita’ che i piani di salvataggio dei governi offrono a banche e finanziarie. E questi soldi le banche non li prestano ma li usano per giocare in borsa. Si sta lentamente ricreando una nuova bolla.
Meriwether usera’ un sofisticato modello econometrico gestito da un altrettanto complesso computer per individuare le relazioni dei prezzi inusuali tra un’azione e l’altra, ad esempio quelle della Fiat e della Porshe che al momento si muovono in direzioni diametralmente opposte, anticipando un ritorno alla normalita’ storica, e quindi un allineamento sui differenziali tradizionali. Si tratta di pure formule matematiche. E le ‘scommesse’ avvengono utilizzando altrettante complesse equazioni, cioe’ facendo ricorso ai derivati
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Crisi e famiglie


A un anno dallo scoppio della crisi, l’impatto della recessione altera il bilancio familiare e costringe le famiglie a modificare il livello di vita. Questo processo varia da paese a paese in funzione dell’impatto che la recessione ha sull’economia nazionale. Se mettiamo a confronto tre famiglie medie: una cinese, una svizzera e una spagnola, ci rendiamo subito conto di quanto importante sia la politica economica dei governi sul bilancio familiare di fronte alla crisi economica.

Gli spagnoli si trovano nella situazione peggiore. Spagna e Irlanda sono le economie europee maggiormente colpite dalla recessione e questo perche’ negli ultimi 10 anni hanno abbracciato in toto il modello neo-liberista. Questo e’ stato l’artefice di una crescita fittizia che ha proiettato questi due paesi nella rosa di quelli maggiormente industrializzati creando la bolla immobiliare. In Spagna poi il boom del turismo di massa l’ha ulteriormente gonfiata. E’ quindi facile intuire perche’ il tasso di disoccupazione spagnolo sta per superare il 20%, una cifra da grande depressione, segue a ruota quello irlandese pari al 15%.

Anche se gli emigranti dell’area del Magreb - gente che ha lasciato la famiglia nel nord Africa e che quindi possiede una mobilita’ del lavoro molto elevata – incidono sul numero di disoccupati spagnoli, il problema dell’occupazione rimane centrale all’economia della famiglia. Gran parte dei nuovi disoccupati finiscono per essere mantenuti da quella d’origine: i piu’ giovani tornano a vivere a casa e le coppie vengono aiutate economicamente dai genitori. Questo processo impoverisce la popolazione e allo stesso tempo erode le riserve di risparmio della famiglia. Tutto cio’ porta alla caduta dei livelli di benessere. I dati della bilancia dei pagamenti spagnola ce lo confermano.

A luglio il deficit della bilancia commerciale e’ sceso a 2 mila miliardi di euro da piu’ di 7 mila appena un anno prima. Negli anni della grande crescita corrispondeva al 10% del Pil, oggi si sta velocemente riducendo al punto che entro il primo trimestre del 2010 la bilancia dovrebbe andare in pareggio. A monte c’e’ una forte contrazione delle importazioni. Se si considera che durante gli ultimi 12 mesi le esportazioni sono aumentate ci accorgiamo che la famiglia media spagnola sta riducendo drasticamente i propri consumi.

La disoccupazione riduce anche la domanda di nuovi alloggi, se ne vedono a centinaia di migliaia, tutti vuoti, nei nuovi quartieri alla periferia delle citta’ spagnole.  La stagnazione del mercato immobiliare ha ripercussioni serie sul credito nazionale. La gran parte dei non performing loans NPL, i mutui non pagati, appartiene a questo settore. Si tratta di piu’ di 80 miliardi di euro, di cui circa un 70% sono stati ristrutturati e dovranno presto essere ripagati. Ancora piu’ preoccupante e’ il totale di crediti accumulato dal settore immobiliare spagnolo:  470 miliardi di euro, pari al 50% del Pil del paese. Di questi circa 320 miliardi di euro sono stati accesi per costruire immobili commerciali: uffici, negozi, cinema e centri commerciali.  Se la famiglia spagnola non riprende a spendere questi mutui andranno ad aumentare i NPL delle banche e ci sara’ sempre meno liquidita’ per l’impresa e la famiglia.

In Svizzera, invece, la situazione e’ ben diversa. La recessione e’ stata meno seria di quanto ci si aspettasse al punto che il paese soffre meno della vicina Germania il suo partner commerciale piu’ importante. La contrazione delle esportazioni e la crisi finanziaria, con in testa le due maggiori banche la UBS e il Credit Suisse, hanno fiaccato l’economia. Ma la reputazione del paese, quale centro bancario internazionale, ha retto bene e le aspettative per il 2010 sono per una modesta crescita, pari allo 0.5%. E questa ripresa sara’ guidata proprio dal settore finanziario.

Molti addirittura credono che
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Niente di Nuovo alla Fed


Settimana di fuoco negli Stati Uniti. Il presidente interrompe le vacanze e riconferma Bernanke a capo della Riserva Federale.
Molti si sono domandati perche’ l’abbia fatto quattro mesi prima della scadenza del mandato. E la risposta e’ molto probabilmente legata ai timori della Casa Bianca che l’autunno sara’ caldo. I mercati temono la famosa W, che l’anemica ripresa di questi ultimi mesi sia seguita da un nuovo crollo. L’economia reale e’ stazionaria, ma il tasso di disoccupazione continua a crescere. In America la popolarita’ del presidente e’ in discesa a causa della riforma sanitaria, che al momento non riforma proprio nulla ma toglie a chi ha piu di 65 anni, e cioe’ gli anziani, l’assistenza sanitaria per darla a chi non l’ha mai avuta. E non dimentichiamoci dell’Afganistan, dove l’esportazione della democrazia Made in America non ha dato i frutti sperati.

Riconfermare Bernanke evita il dibattito su chi dovrebbe guidare la Fed, un grattacapo in meno insomma. E come sempre la riconferma e’ accompagnata dalle lodi del Presidente per aver ‘evitato la depressione’. Come al solito si tratta di complimenti poco meritati. Bernanke era il braccio destro di Greenspan quando e’ iniziata da gonfiasi la bolla che lo scorso autunno ha travolto l’economia mondiale. Ambedue hanno sostenuto l’assurda teoria libertaria americana secondo la quale il mercato va lasciato stare, anche quando si muove nel modo sbagliato, e cioe’ quando gonfia le bolle finanziarie. Il compito delle autorita’ monetarie e’ di intervenire quando questa bolla e’ scoppiata, non prima. E’ come se la medicina rifiutasse la prevenzione delle malattie ma si concentrasse solo sulla cura perche’ il corpo umano e’ una macchina perfetta.


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La Cina e il sorpasso degli Stati Uniti


 

L’OCSE ha pubblicato la scorsa settimana i dati economici relativi ai 30 paesi membri.

Si parla di una crescita mondiale negativa che tra il 2009 e il 2010 brucerà il 3% della ricchezza mondiale, costringendoci a tornare ai livelli del 2005.
A patire maggiormente sono i paesi ricchi, che arrancano nella ripresa. Tra le righe emerge una critica nei confronti di paesi come gli Stati Uniti che continuano ad avere un atteggiamento eccessivamente ottimista rispetto alla ripresa. Meglio l’attitudine ‘pessimista’ dell’Irlanda, Regno Unito e paesi scandinavi, che invece hanno ristrutturato l’economia su previsioni di crescita negativa pluriennale.

Chi invece, a detta dell’OCSE, sta già uscendo dal tunnel della recessione sono le economie emergenti. In testa c’è la Cina, che nel 2009 crescerà del 7.7%: una performance economica che continua a sbalordire economisti e analisti. E l’OCSE conferma la fondatezza dei timori di molti occidentali: la terza economia mondiale alla fine di questa recessione rimpiazzerà la prima, quella statunitense.
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L’Iran potrebbe incendiare il prezzo della benzina


Questa settimana il prezzo del petrolio ha fatto le bizze, é sceso e risalito inaspettatamente, o meglio, ha tenuto un andamento anomalo dal momento che in uno dei maggiori paesi produttori soffia il vento della rivolta.

L’ultima volta che nelle strade di Teheran la folla si é scontrata contro le forze dell’ordine il costo del greggio é letteralmente schizzato verso l’alto. Era il 1979 e nel giro di pochi mesi la rivoluzione komeinista consegnò l’economia mondiale nelle mani della recessione.
Oggi, stranamente, succede il contrario: all’inizio della settimana i mercati rispondo agli scontri post-elettorali con l’abbassamento dei prezzi dell’oro nero. E la crescita modesta riscontrata durante la seconda meta’ della settimana non é attribuibile ai timori legati alle sorti dell’Iran ma all’andamento del dollaro.

I contratti petroliferi sono stipulati in dollari e negli ultimi giorni il valore del biglietto verde é prima salito e poi sceso, il prezzo del petrolio ha semplicemente reagito a questa altalena. Un’analisi attenta dimostra però che a stabilire l’andamento del greggio sono stati ancora una volta gli speculatori. La corsa a vendere i contratti petroliferi per realizzare doppi profitti ha caratterizzato la prima meta’ della settimana. Chi aveva in portafogli azioni e contratti acquistate nei mesi passati - prima dunque dell’ultima impennata dei prezzi -  li ha venduti guadagnando sulla differenza di questi ultimi e su quella del  tasso di cambio. L’impennata delle vendite hanno fatto scendere i prezzi del petrolio.
A metà settimana, però, la situazione é cambiata, il dollaro é sceso e con questo anche le vendite ed prezzo del greggio ha iniziato a salire per compensare la perdita dovuta al tasso di cambio.

Ciò che sorprende é che il mercato abbia totalmente ignorati i fatti di Teheran. È chiaro che si sente con le spalle al sicuro, e a renderlo sicuro é, paradossalmente, l’asprezza della recessione. Il consumo di petrolio é talmente sceso che l’Opec ha una capacità aggiuntiva di circa 4.7 milioni di barili al giorno, una quantità di gran lunga superiore ai 3.6 milioni di barili che l’Iran produce quotidianamente. Anche se a Teheran scoppiasse la rivoluzione domani mattina, dicono gli analisti petroliferi, ci sarebbe abbastanza petrolio in giro per evitare una crisi di scarsità.

Ma non illudiamoci, se nei prossimi giorni la situazione in Iran non rientra, alle pompe di benzina spenderemo di più. Una seconda rivoluzione in Iran avrebbe degli effetti destabilizzanti in tutta la regione e questo getterebbe i mercati nel panico. Per ora c’é calma perché nessuno crede che la storia potrebbe ripetersi, ma non sarebbe né la prima né l’ultima volta che il mercato prende un abbaglio.



Loretta Napoleoni - Articolo tratto da il Caffè di domenica 21 giugno 2009


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