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al Qaeda e i Mondiali di calcio


<<Ricordate, meno più di due mesi fa, la minaccia di al Qaeda contro Usa, Inghilterra, Francia, Germania e Italia?
Beh, a giudicare dallo spiegamento di forze di polizia intorno allo stadio e agli elicotteri (io ne ho contati tre) che sorvolano Green Point, direi che i sudafricani non sembrano troppo tranquilli nemmeno questa sera.

Però, poco prima della partenza, ho avuto modo di chiedere a Loretta Napoleoni (servono presentazioni?) cosa ne pensasse e la sua risposta (per fortuna, visto che sto per prendere posto in tribuna) è, tutto  sommato, rassicurante:

"Il problema della sicurezza ai Mondiali di calcio è reale. Da più di tre anni, organizzazioni internazionali, inclusa l’Unione Europea, cooperano con il governo del Sudafrica per prevenire attacchi terroristi. Gli Stati che partecipano ai Mondiali hanno stanziato milioni e  milioni di euro  per assicurare che giocatori e tifosi possano godersi in pace quest’evento. Per i gruppi armati che gravitano nella nebulosa di al Qaeda, penetrare questa cortina protettiva è difficilissimo, più facile è farlo con le parole. Minacciare un attacco è semplice, basta avere l’assistenza dei media internazionali. Ma l’esperienza insegna che quelli che vanno in porto non vengono mai annunciati. Più che pericolo nelle minaccie di al Qaeda contro i tifosi di calcio, vedo l’ennesimo segno di debolezza. Il mio consiglio: non lasciatevi rovinare i mondiali da Osama bin Laden ma occhio ai borseggiatori!">>.

Tratto da un articolo di Stefano Piazza, Gazzetta dello sport, venerdì 18 giugno.




Attentati in India - Capire le cause


Una riflessione dopo gli attentati terroristici di Mumbai
 
Perché non ci si interroga sulle cause del terrorismo? Dopo i recenti attacchi a Mumbai che hanno provocato 183 vittime e centinaia di feriti, l'India ha accusato il Pakistan di essere coinvolta negli attentati, il Pakistan nega e propone di collaborare nell'inchiesta, ma nessun governo o altra entità internazionale, come in passato, si chiede perché sia successo e quali potrebbero essere le reali motivazioni. Abbiamo chiesto un'analisi all'economista Loretta Napoleoni, esperta di finanza e di terrorismo internazionale (ha pubblicato numerosi libri in materia) e collaboratrice di varie riviste italiane ed europee.


Quali sono, a suo avviso, i reali mandanti e obiettivi degli attentati?
"Io sono convinta che il governo pakistano non c'entri in questa storia. Perché sarebbe una grossa contraddizione. Primo perché negli ultimi mesi c'è stata una grossa politica di riavvicinamento con l'India. Secondo perché il Pakistan è in bancarotta e ha bisogno di tutti gli aiuti possibili e inimmaginabili. E tra le possibilità di aiuti economici c'è anche quella che l'India gli faccia dei prestiti. Poi c'è la tesi che sia stato Al Qaeda, cioè che ci sia un elemento di ispirazione jihadista. Questo secondo me è molto plausibile. Credo che l'elemento jihadista sia legato ad un ritorno dell'insurrezione armata in India. Quindi non è un fenomeno isolato ed hanno alzato un po' il tiro, perché sicuramente questo è il primo attacco fatto contro un obiettivo internazionale. È come una escalation dell'attività legata al ritorno della lotta armata in India nell'ultimo anno".

Per questo hanno colpito anche il centro degli ebrei ortodossi a Mumbai?
"Certo. Non dimentichiamo che dopo l'11 settembre ci fu l'attacco a Casablanca contro gli ebrei. In quella zona c'è una grossa presenza ebrea, perché l'India li ha ospitati nei secoli. È la concomitanza che mi fa riflettere: a Mumbai c'era la possibilità di colpire gli ebrei e lo hanno fatto. Però è stato uno degli obiettivi. Non era un attentato anti-Israele e basta".


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Le differenze tra gli attentati di Mumbai e l'11 settembre


Gli americani mangiano il tacchino nel giorno del ringraziamento incollati alla tv che manda in onda le agghiaccianti immagini degli attentati a Mumabi. Le similitudini con l'11 settembre sono poche. Si tratta di attacchi simultanei ben coordinati, ma nulla di più.


Il misterioso gruppo che si fa chiamare Mujahedeen Deccan è profondamente diverso dai martiri di al Quaeda. Si tratta di un commando di giovanissimi che non hanno intenzione di fare i kamikaze ma che praticano lo sconto armato. La dinamica dell'attacco ricorda l'attentato a Monaco durante i giochi olimpici degli anni '70. E la presenza di ostaggi è un'arma di propaganda differente dalla strategia della distruzione. Ci troviamo davanti a una fusione tra terrorismo vecchio e nuovo. Una miscela esplosiva. Il cambio di tattica, dal martirio alla guerriglia, ha preso tutti alla sprovvista, inclusa la sicurezza indiana. L'errore dell'anti-terrorismo è presupporre che ci sia un'unica modalità di attacco derivata da una sorta di manuale delle tattiche terroristiche. Invece si tratta di una guerra asimmetrica. Un commando di alcune decine di ragazzi tiene in scacco una città di 20 milioni di abitanti e di 40.000 unità di polizia. Una megalopoli paralizzata per aver preso di mira due alberghi a cinque stelle, un ristorante alla moda, una stazione e un ospedale. Tutti simboli dell'India moderna che emerge economicamente ed entra nel club dei potenti, il G20.
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La paura di Al Qaeda


Il pericolo vero è la diffusione della paura di Al Qaeda come multinazionale globale del terrore.


Trapelati l'11 luglio, gli estratti della bozza del National intelligence estimate (Nie), un documento che la Cia compila periodicamente insieme alle altre agenzie di sicurezza statunitensi, hanno fatto il giro del mondo. Suscitando una nuova ondata di paura nei confronti di Al Qaeda. La stampa nazionale e internazionale ha descritto scenari apocalittici, compresi i dettagliati pronostici di attacchi imminenti nei cieli occidentali sul modello dell'11 settembre, tutti organizzati da Osama bin Laden. Nessuno ha sottolineato che Washington e i suoi alleati, sei anni dopo l'11 settembre, non sono ancora riusciti a stanare Bin Laden dal suo nascondiglio in Pakistan.
Nessuno ha poi messo in dubbio la validità degli estratti, fatti pervenire alla stampa da anonimi funzionari dell'intelligence. Eppure, il National intelligence estimate non è un rapporto, cioè un documento basato su fatti concreti, ma una stima, una previsione. Quindi la sua bozza è la previsione di una previsione. [...] Il National intelligence estimate si è già sbagliato molte volte. Per esempio, nel 1962 disse che i sovietici non avrebbero installato dei missili a Cuba, nel 1974 liquidò l'ipotesi che nella prima metà del 1975 Hanoi avrebbe lanciato una grande offensiva. E nel 1989 giudicò improbabile un conflitto nel golfo Persico. Secondo la bozza fatta pervenire alla stampa, la guerra in Iraq è la calamita ideologica della nuova Al Qaeda. E su questo è difficile non essere d'accordo. Ironicamente, è stato proprio un rapporto errato a contribuire al fiasco iracheno. A metà settembre del 2002, infatti, la commissione del senato sull'intelligence ne chiese uno sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Il documento, preparato nel giro di poche settimane, diventò il famigerato rapporto dell'ottobre 2002 su cui l'amministrazione Bush costruì il casus belli per l'attacco preventivo all'Iraq. Un anno dopo, la stessa commissione dichiarava che "buona parte delle valutazioni decisive contenute nel rapporto erano esagerate o non suffragate da riscontri dell'intelligence".
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Il denaro del terrore


Come il terrorismo si finanzia con petrolio e droga.

All'inizio di dicembre del 2006 Ayman al Zawahiri, luogotenente di Osama bin Laden, ha annunciato al mondo l'offensiva militare di primavera in Afghanistan. Pochi ci hanno fatto caso, perché tutti erano concentrati sull'Iraq ormai in preda alla guerra civile. Ma i due fronti sono legati, al punto che oggi è la situazione irachena a offrire una delle possibili chiavi di lettura della spettacolare ripresa dei taliban e dei loro soci jihadisti.
Nel 2005 Al Zawahiri chiese un aiuto finanziario ad Abu Musab al Zarqawi. In una lettera, il medico egiziano suggeriva all'allora superstar del qaedismo internazionale di non spendere i centomila – senza specificare di quale valuta – e di spedirglieli. La richiesta fu interpretata come un segno di debolezza economica da parte del nucleo storico di Al Qaeda. In clandestinità dal 2002 nella cerniera tribale islamica tra Pakistan e Afghanistan, Al Zawahiri e Bin Laden erano tagliati fuori dai flussi monetari del qaedismo. Al Zarqawi ignorò la richiesta e continuò a usare i soldi degli ex finanziatori di Al Qaeda per sostenere la lotta in Iraq.
Morto Al Zarqawi, nel giugno del 2006, la situazione è cambiata radicalmente. Al Qaeda in Iraq è guidata da Al Zawahiri che l'ha decentrata in tre sezioni: sud, nord e centro. L'organizzazione ha perso il monopolio delle azioni suicide, ormai diventate un'arma comune nella lotta tra etnie. Inoltre c'è stato un cambiamento fondamentale nell'universo dei gruppi ribelli. Le centinaia di organizzazioni, milizie e gruppi jihadisti che operano in Iraq hanno cominciato ad autofinanziarsi sfruttando l'economia di guerra del paese. Un rapporto segreto dell'intelligence statunitense del giugno 2006 ha individuato nel contrabbando di petrolio importato il settore più redditizio. L'Iraq importa tra i quattro e i cinque miliardi di dollari l'anno di greggio, ma il 30 per cento, secondo gli americani, viene rubato e rivenduto sul mercato nero. Poi c'è la fiorente industria dei sequestri. L'autofinanziamento produce incassi superiori al costo dell'insurrezione, quindi la galassia irachena ha a disposizione un surplus annuo stimato tra i 70 e i 200 milioni di dollari. Questi soldi, avverte il rapporto statunitense, vengono usati per finanziare il terrorismo fondamentalista fuori dall'Iraq.
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Osama il Rivoluzionario e Internet


Le considerazioni di Mikael Scheuer, gola profonda della CIA, a proposito della strategia di bin Laden e dell'uso di Internet.

Osama bin Laden e’ un guerriero geniale, uno stratega di prima classe. Paziente, eloquente e saggio, negli ultimi anni ha dimostrato di possedere doti manageriali ed imprenditoriali fuori dal comune. Definirlo un mero terrorista e’ stato e continua ad essere un gravissimo errore poiché bin Laden e’ innanzitutto un uomo di parola e quindi un nemico degno di rispetto.” Chi parla non e’ Al Zwahiri, il luogotenente di Osama, ma l’ultima gola profonda americana, emersa dai corridoi dell’intelligence statunitense. Autore anonimo di due libri rivelatori: Through Our Enemies Eyes e Imperial Hubris, che denunciano l’abissale inefficienza dei centri di potere americano nel comprendere e combattere il fenomeno Al Qaeda, Mike, come si fa chiamare, non nega né conferma la sua identità. “Sono ancora un impegnato della CIA” quasi si scusa, “ecco perché non sono autorizzato ad uscire dall’anonimato.” Ma già nel gennaio del 2003, pochi mesi dopo la pubblicazione del suo primo libro, a Washington si sussurrava il suo nome: Michael Scheuer, direttore dal 1995 al 1999 della sezione ‘Osama’ della CIA, l’unità investigativa dedicata esclusivamente alla studio del terrore islamico. Through Our Enemies Eyes nasce infatti nel 1999 come un manuale di lavoro, “scritto per spiegare ai vertici politici la vera natura del fenomeno Al Qaeda” rivela Mike. Il libro descrive dettagliatamente l’evoluzione del terrorismo islamico dalla guerra in Afghanistan degli anni ’80 fino alla vigilia dell’11 settembre. Obiettivo, lucido, onesto, e a volte anche spietato, il testo mette a nudo le pesanti responsabilità dell’occidente, e in particolare della politica estera USA in medio oriente, nei confronti del fenomeno Al Qaeda. [...]
Acclamata dai dissidenti sauditi e da molti esperti internazionali di terrorismo, l’analisi di Scheur non ha però avuto alcun impatto sulla Casa Bianca che ha preferito seguire una strategia, a detta dalla sezione ‘Osama’, controproducente alla guerra al terrore.
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Mi chiamo Loretta Napoleoni e ho deciso di aprire un blog per condividere i miei articoli e le mie opinioni con la rete.

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