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Narcotrafficando in Africa Occidentale.



Ricevo e pubblico un pezzo di Matteo Ballero, che ringrazio.

Loretta.



Narcotrafficando in Africa Occidentale.
di Matteo Ballero
 
Ho studiato per un anno il narcotraffico in Africa Occidentale. In questo periodo ho potuto osservare come questa regione del mondo sia recentemente entrata nella mappa del finanziamento del crimine mondiale. E come questo abbia creato lì una struttura unica al mondo: il narcostato.

L’Africa è un anello fondamentale nella rete di finanziamento delle organizzazioni criminali internazionali. Le sue numerose risorse vengono sfruttate da organizzazioni criminali e fondamentaliste per raggiungere i propri obiettivi (ricordate lo scambio diamanti-armi organizzato dal RUF in Sierra Leone). Regina delle risorse commerciate illegalmente è la droga: il narcotraffico è la tecnica più efficace, più redditizia e più utilizzata a livello globale per finanziare atti di terrorismo, ribellioni e guerre
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Le differenze tra gli attentati di Mumbai e l'11 settembre


Gli americani mangiano il tacchino nel giorno del ringraziamento incollati alla tv che manda in onda le agghiaccianti immagini degli attentati a Mumabi. Le similitudini con l'11 settembre sono poche. Si tratta di attacchi simultanei ben coordinati, ma nulla di più.


Il misterioso gruppo che si fa chiamare Mujahedeen Deccan è profondamente diverso dai martiri di al Quaeda. Si tratta di un commando di giovanissimi che non hanno intenzione di fare i kamikaze ma che praticano lo sconto armato. La dinamica dell'attacco ricorda l'attentato a Monaco durante i giochi olimpici degli anni '70. E la presenza di ostaggi è un'arma di propaganda differente dalla strategia della distruzione. Ci troviamo davanti a una fusione tra terrorismo vecchio e nuovo. Una miscela esplosiva. Il cambio di tattica, dal martirio alla guerriglia, ha preso tutti alla sprovvista, inclusa la sicurezza indiana. L'errore dell'anti-terrorismo è presupporre che ci sia un'unica modalità di attacco derivata da una sorta di manuale delle tattiche terroristiche. Invece si tratta di una guerra asimmetrica. Un commando di alcune decine di ragazzi tiene in scacco una città di 20 milioni di abitanti e di 40.000 unità di polizia. Una megalopoli paralizzata per aver preso di mira due alberghi a cinque stelle, un ristorante alla moda, una stazione e un ospedale. Tutti simboli dell'India moderna che emerge economicamente ed entra nel club dei potenti, il G20.
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Elezioni come al tempo del grande Gatsby


Come nell'età del Jazz gli USA hanno registrato un impoverimento della classe media a favore di quella ricca

Le elezioni americane passeranno alla storia per molti motivi: candidato di colore, vicepresidente donna e clima economico molto simile a quello dei tempi del grande Gatsby. Ma le similitudini con l’Età del Jazz, come Scott Fitzgerald definì gli anni ’20, non si riferiscono al grande crollo del ’29 che li concluse, ma allo sconcertante impoverimento della classe media a favore di quella ricca, un fenomeno che durante gli otto anni di presidenza di Bush ha assunto dimensioni identiche a quelle degli anni Venti.
La distribuzione del reddito americano nel 2008 è la fotocopia di quella del 1928. In quell’anno, come nel
2007, l’1% della popolazione percepisce il 24% del reddito nazionale. Si tratta di cifre eccezionali. Dal 1940 al 1984, ad esempio, la fetta di ricchezza di quell’1% di ricchi non ha mai superato il 15% e durante gli anni ’60 e ’70, gli anni del boom economico, è scesa addirittura sotto il 10%. Quando la ricchezza si concentra nelle mani di pochi gli economisti parlano di ‘stagnazione’ del redditò, una parola che nessuno dei candidati in lizza per la Casa Bianca ha mai usato. Eppure è questo il male vero dell’America. Ed i sondaggi condotti nel 2006, dopo la vittoria dei democratici al Congresso, confermano che ben prima che l’uragano subprime si abbattesse sul Paese, le preoccupazioni profonde della popolazione non erano
relazionate alla guerra in Iraq ma all’impoverimento. Nel 2007, il 90% della popolazione ammetteva di essere terrorizzata dal futuro dell’economia ed era convinta che la politica economica di Bush fosse sbagliata, una piccola percentuale temeva anche per il futuro dei propri figli. È un’affermazione sconcertante e profondamente pessimista in un paese la cui Costituzione parla del diritto alla felicità.

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Lezione di Politica


Il sogno di Martin Luther King si avvera e la lunga marcia di Malcom X raggiunge la Casa Bianca. Dietro Barak Obama c’e’ un movimento sociale tanto prorompente quanto quello degli anni ’60, una forza sociale motivata oggi, come mezzo secolo fa’, dall’ingiustizia sociale. Questa volta la discriminante non e’ il colore ma la distribuzione del reddito americano che e’ la fotocopia di quella del 1928, quando l’1% della popolazione percepiva il 24% del PIL. Si tratta di cifre eccezionali. Dal 1940 al 1984 la fetta di ricchezza di quell’1% di ricchi non ha mai superato il 15% e durante gli anni ’60 e ’70 e’ scesa addirittura sotto il 10%.
Dai tempi del Presidente Reagan le campagne elettorali ruotano intorno alle promesse di sgravi fiscali, un’ammissione implicita che lo stato non sa gestire il denaro pubblico. E’ un messaggio diretto a un elettorato benestante - creato durante gli anni dell’equa redistribuzione del reddito - che non esiste piu’. Le politiche neo-liberiste di Bush hanno impoverito la classe media. Dal 2000 al 2006, l’economia americana cresce del 18%, ma il reddito reale delle famiglie di lavoratori mediane si contrae dell’1,1%, costoro guadagnano circa 2.000 dollari meno che nel 2000. Il reddito del 10% della popolazione, invece, sale del 32%, quello, dell’1% dei ricchissimi del 203% e quello dello 0.1%, i cosidetti super-ricchi, del 425%.
La campagna elettorale di Obama punta sulla nuova America, quella impoverita. Intuisce l’esistenza di un movimento sociale e decide che le battaglie sociali non si combattono in piazza, come negli anni ’60, ma attraverso i sistemi di comunicazione alternativi: internet, wap, telefonini e naturalmente porta a porta. E’ questa la vera, grande rivoluzione del primo presidente americano di colore. I ventenni guru dei network sociali, tra cui l’inventore di Facebook, ne disegnano la web, che subito diventa il motore del finanziamento della campagna, a loro confronto Karl Rove, l’architetto della vittoria di Bush, e’ un dinosauro. Per i primi 12 mesi il messaggio politico viaggia sulle ali del marketing d’avanguardia, quello delle giovanissime generazioni cresciute nell’era delle telecomunicazioni, lontano dai quotidiani e dalle televisioni. Solo nello sprint finale si utilizzano i network televisivi.
L’America e’ lo specchio dell’occidente. L’ingiustizia sociale piaga anche l’Europa, il movimento sociale che ha creduto in Obama esiste anche a casa nostra. Qualcuno deve risvegliarlo. Poiche’ viviamo nel villaggio globale utilizziamo gli stessi canali usati da Obama. Ma bisogna mobilitarsi subito. Ci sono voluti cinquant’anni per realizzare il sogno di Martin Luther King, noi ne abbiamo a disposizione solo cinque per risvegliare l’Italia.


Loretta Napoleoni



Telenovela Chávez


La morte di Manuel Marulanda e la liberazione di Ingrid Betancourt hanno accelerato la crisi delle Farc. Ma è presto per parlare della loro fine. L'asso nella manica potrebbe essere un accordo con il presidente venezuelano Hugo Chávez



La spettacolare liberazione di Ingrid Betancourt ha lasciato il mondo a bocca aperta e Hollywood già sta lavorando alla sceneggiatura del film. Ma più che una pellicola nostalgica di quando il mondo era diviso in due blocchi, il declino delle famigerate Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) potrebbe essere l'argomento di una puntata della telenovela Chávez.
È un errore cercare di snodare l'intricata matassa di relazioni tra politici, terroristi e milizie usando gli strumenti della guerra fredda: da una parte l'ostaggio celebre – icona dello sforzo democratico della Colombia – un presidente intraprendente, Álvaro Uribe, sostenuto da Washington, e una coalizione fenomenale con in testa l'Eliseo e i servizi segreti israeliani; dall'altra le Farc, l'imprevedibile presidente-dittatore venezuelano Hugo Chávez e il movimento antimperialista dell'America Latina.
La realtà, si dice, supera sempre la finzione e nei prossimi mesi sarà bene che gli sceneggiatori di Hollywood ne facciano tesoro. Con il terrorismo, però, è impossibile fare previsioni accurate.
Sei mesi fa tutti gli analisti concordavano sul fatto che le Farc erano l'unico gruppo armato in America Latina in grado far sentire la loro presenza al di là dei confini colombiani. Da anni le Farc hanno rapporti con l'Ira e con l'Eta e fanno affari con i banchieri libanesi di Hezbollah a Ciudad del Este, nella famigerata triple frontera. Eppure, nel giro di pochi mesi, l'esercito colombiano, affiancato da quello statunitense, ha mandato in frantumi la cupola dell'organizzazione. Il 1 marzo ha perso la vita in un bombardamento lungo il confine ecuadoriano il numero due delle Farc, Raúl Reyes. A fine maggio le Farc hanno annunciato la morte del fondatore Manuel Marulanda, detto Tirofijo. Defezioni e tradimenti hanno decimato i militanti e la direzione ha ammesso che ci sono stati degli infiltrati. Nel giro di qualche mese la punta di diamante del terrorismo latinoamericano è diventata un esercito allo sbando. Se oggi Betancourt è libera, è anche grazie alla mancanza di comunicazione e di coordinamento delle Farc.


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Mi chiamo Loretta Napoleoni e ho deciso di aprire un blog per condividere i miei articoli e le mie opinioni con la rete.

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