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La mia candidatura



Ripropongo un pezzo uscito su l'Unità di oggi



Un saluto,
Loretta


La mia candidatura per il Lazio


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L'Unità
intervista Loretta Napoleoni.

"Si, mi metto in gioco. E nel Lazio farei un gran pulizia..."


L'economista accetta l'investitura di un gruppo di sostenitori che l'hanno candidata alle primarie per il centrosinistra. "Darei spazio e speranze ai giovani".

«Mi hanno chiamato la notte di Natale, mi hanno proposto di candidarmi.Ho pensato che fosse mio
dovere, sono anni che dico che bisogna tornare alla società civile e che il sistema ha bisogno di rinnovamento, non potevo tirarmi indietro, non era logico
».

Loretta Napoleoni è esperta di economia internazionale e di terrorismo internazionale, il suo curriculum è un lungo elenco di titoli accademici ottenuti in prestigiose università, collaborazioni con amministrazioni e testate giornalistiche. È nata è cresciuta a Roma oggi vive a Londra con frequenti viaggi su e giù per il mondo. Attraverso Facebook, un gruppo di persone la candida alle primarie del centrosinistra per la presidenza del Lazio «perché - scrivono - pensiamo che la sua candidatura possa favorire la partecipazione e quel rinnovamento della politica di cui l’elettorato, non solo di centro-sinistra,sente imprescindibile bisogno».

Come ha reagito a questa proposta?
continua


Il 15 percento


La visita del Presidente Obama in Cina ha confermato che ormai Pechino sa e puo’ dire di no a Washington. Per nascondere l’imbarazzo, l’amministrazione americana e la stampa internazionale hanno ripreso a recitare il mantra dell’inquinamento: la Cina ignora le esortazioni degli scienziati e dei paesi industrializzati affinche’ riduca il suo consumo energetico.
“Nulla di piu’ falso,” afferma un analista della City di Londra. “Si tratta dell’ennesima leggenda metropolitana dura a morire”. Che pero’ a ridosso dell’incontro di Copenhagen molti continuano a credere veritiera.

 Pechino ha una sua strategia per sostituire nel breve periodo la produzione energetica degli idrocarburi con fonti rinnovabili e si chiama delocalizzazione. Non si puo’ certamente dire altrettanto dell’amministrazione Obama che invece mantiene un atteggiamento di profonda ambiguita’ rispetto a queste tematiche.
Da qualche tempo il partito comunista incoraggia provincie e regioni a riconvertire l’energia al punto che ormai i progetti ecologici vengono visti come tappe essenziali nello sviluppo economico.
continua


TERREMOTO G8


Vi informo che sarò ospite di Rai Uno allo Speciale Tg1 sui lavori del G8
GIOVEDI' Ore 23:20


Vi segnalo inoltre la trasmissione TERREMOTO G8 andata in onda il 6 luglio su RAINEWS 24: Il Caffè di Corradino Mineo.

- un clic per andare alla pagina del video -

TERREMOTO G8 - Ospiti:
Eric Jozsef (Liberation)
David Willey (BBC)
Loretta Napoleoni (economista)
Massimo Cialenta (Sindaco L’Aquila).


Un saluto.
Loretta



Intervista su LA MORSA


Riporto un'intervista che mi è stata fatta a proposito del mio ultimo che libro che uscirà domani.

Loretta Napoleoni
La morsa
Chiarelettere, 2009

pp.186 (13,60 euro)





Questo libro è il primo che scrivo in italiano dopo tanti anni, confesso che è stata una bella esperienza tornare a lavorare nella lingua madre.
Così mi sono messa al lavoro e, riordinando i miei pensieri e rileggendo alcuni miei articoli e discorsi, ho capito tante cose che sicuramente non avrei neppure intuito commentando quotidianamente gli eventi finanziari del 2008 e del 2009.
A volte bisogna avere il tempo e il coraggio di rileggere ciò che si è scritto nel passato, per mettere a fuoco quello che sta succedendo nel presente. Ci troviamo di fronte a una sorta di «tempesta perfetta» prodotta dall’abuso finanziario e dalla negligenza politica.
Anche se questo concetto emerge da tanti miei articoli, non è stato facile metterlo a fuoco nel bel mezzo della più grande crisi economica del dopoguerra.

Un grazie ai lettori che mi scrivono quotidianamente con domande, idee e suggerimenti; senza di loro questo libro sarebbe stato sicuramente sterile, privo di storie vere. E per far crescere il rapporto con i lettori, da oggi il mio blog si trasferisce qui.
continua



Cosa manca all'informazione italiana?


Posto un'intervista in video che mi è stata fatta da Terre di mezzo-street magazine.

 

Cosa manca all'informazione italiana? Mi è stato chiesto. Credo che manchi soprattutto una prospettiva più internazionale. Si è parlato, per esempio, dei recenti attentati di Mumbai come qualcosa di nuovo e inaspettato. Ma al contrario la vicenda va letta in un quadro complesso di vicende che riguardano almeno l'ultimo anno. Lo stesso si può dire per la crisi economica che è arrivata prendendo tutti alla sprovvista. Eppure c'erano da tempo dei segnali che avrebbero dovuto essere letti ed evidenziati. Insomma, è necessario allargare i nostri orizzonti di analisi e smetterla di badare soltanto all'interno di casa nostra per cercare di vederci in una prospettiva globale e mondiale.


Auguro buone feste a tutti! A presto.

Loretta

 



Elezioni come al tempo del grande Gatsby


Come nell'età del Jazz gli USA hanno registrato un impoverimento della classe media a favore di quella ricca

Le elezioni americane passeranno alla storia per molti motivi: candidato di colore, vicepresidente donna e clima economico molto simile a quello dei tempi del grande Gatsby. Ma le similitudini con l’Età del Jazz, come Scott Fitzgerald definì gli anni ’20, non si riferiscono al grande crollo del ’29 che li concluse, ma allo sconcertante impoverimento della classe media a favore di quella ricca, un fenomeno che durante gli otto anni di presidenza di Bush ha assunto dimensioni identiche a quelle degli anni Venti.
La distribuzione del reddito americano nel 2008 è la fotocopia di quella del 1928. In quell’anno, come nel
2007, l’1% della popolazione percepisce il 24% del reddito nazionale. Si tratta di cifre eccezionali. Dal 1940 al 1984, ad esempio, la fetta di ricchezza di quell’1% di ricchi non ha mai superato il 15% e durante gli anni ’60 e ’70, gli anni del boom economico, è scesa addirittura sotto il 10%. Quando la ricchezza si concentra nelle mani di pochi gli economisti parlano di ‘stagnazione’ del redditò, una parola che nessuno dei candidati in lizza per la Casa Bianca ha mai usato. Eppure è questo il male vero dell’America. Ed i sondaggi condotti nel 2006, dopo la vittoria dei democratici al Congresso, confermano che ben prima che l’uragano subprime si abbattesse sul Paese, le preoccupazioni profonde della popolazione non erano
relazionate alla guerra in Iraq ma all’impoverimento. Nel 2007, il 90% della popolazione ammetteva di essere terrorizzata dal futuro dell’economia ed era convinta che la politica economica di Bush fosse sbagliata, una piccola percentuale temeva anche per il futuro dei propri figli. È un’affermazione sconcertante e profondamente pessimista in un paese la cui Costituzione parla del diritto alla felicità.

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Lezione di Politica


Il sogno di Martin Luther King si avvera e la lunga marcia di Malcom X raggiunge la Casa Bianca. Dietro Barak Obama c’e’ un movimento sociale tanto prorompente quanto quello degli anni ’60, una forza sociale motivata oggi, come mezzo secolo fa’, dall’ingiustizia sociale. Questa volta la discriminante non e’ il colore ma la distribuzione del reddito americano che e’ la fotocopia di quella del 1928, quando l’1% della popolazione percepiva il 24% del PIL. Si tratta di cifre eccezionali. Dal 1940 al 1984 la fetta di ricchezza di quell’1% di ricchi non ha mai superato il 15% e durante gli anni ’60 e ’70 e’ scesa addirittura sotto il 10%.
Dai tempi del Presidente Reagan le campagne elettorali ruotano intorno alle promesse di sgravi fiscali, un’ammissione implicita che lo stato non sa gestire il denaro pubblico. E’ un messaggio diretto a un elettorato benestante - creato durante gli anni dell’equa redistribuzione del reddito - che non esiste piu’. Le politiche neo-liberiste di Bush hanno impoverito la classe media. Dal 2000 al 2006, l’economia americana cresce del 18%, ma il reddito reale delle famiglie di lavoratori mediane si contrae dell’1,1%, costoro guadagnano circa 2.000 dollari meno che nel 2000. Il reddito del 10% della popolazione, invece, sale del 32%, quello, dell’1% dei ricchissimi del 203% e quello dello 0.1%, i cosidetti super-ricchi, del 425%.
La campagna elettorale di Obama punta sulla nuova America, quella impoverita. Intuisce l’esistenza di un movimento sociale e decide che le battaglie sociali non si combattono in piazza, come negli anni ’60, ma attraverso i sistemi di comunicazione alternativi: internet, wap, telefonini e naturalmente porta a porta. E’ questa la vera, grande rivoluzione del primo presidente americano di colore. I ventenni guru dei network sociali, tra cui l’inventore di Facebook, ne disegnano la web, che subito diventa il motore del finanziamento della campagna, a loro confronto Karl Rove, l’architetto della vittoria di Bush, e’ un dinosauro. Per i primi 12 mesi il messaggio politico viaggia sulle ali del marketing d’avanguardia, quello delle giovanissime generazioni cresciute nell’era delle telecomunicazioni, lontano dai quotidiani e dalle televisioni. Solo nello sprint finale si utilizzano i network televisivi.
L’America e’ lo specchio dell’occidente. L’ingiustizia sociale piaga anche l’Europa, il movimento sociale che ha creduto in Obama esiste anche a casa nostra. Qualcuno deve risvegliarlo. Poiche’ viviamo nel villaggio globale utilizziamo gli stessi canali usati da Obama. Ma bisogna mobilitarsi subito. Ci sono voluti cinquant’anni per realizzare il sogno di Martin Luther King, noi ne abbiamo a disposizione solo cinque per risvegliare l’Italia.


Loretta Napoleoni



Telenovela Chávez


La morte di Manuel Marulanda e la liberazione di Ingrid Betancourt hanno accelerato la crisi delle Farc. Ma è presto per parlare della loro fine. L'asso nella manica potrebbe essere un accordo con il presidente venezuelano Hugo Chávez



La spettacolare liberazione di Ingrid Betancourt ha lasciato il mondo a bocca aperta e Hollywood già sta lavorando alla sceneggiatura del film. Ma più che una pellicola nostalgica di quando il mondo era diviso in due blocchi, il declino delle famigerate Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) potrebbe essere l'argomento di una puntata della telenovela Chávez.
È un errore cercare di snodare l'intricata matassa di relazioni tra politici, terroristi e milizie usando gli strumenti della guerra fredda: da una parte l'ostaggio celebre – icona dello sforzo democratico della Colombia – un presidente intraprendente, Álvaro Uribe, sostenuto da Washington, e una coalizione fenomenale con in testa l'Eliseo e i servizi segreti israeliani; dall'altra le Farc, l'imprevedibile presidente-dittatore venezuelano Hugo Chávez e il movimento antimperialista dell'America Latina.
La realtà, si dice, supera sempre la finzione e nei prossimi mesi sarà bene che gli sceneggiatori di Hollywood ne facciano tesoro. Con il terrorismo, però, è impossibile fare previsioni accurate.
Sei mesi fa tutti gli analisti concordavano sul fatto che le Farc erano l'unico gruppo armato in America Latina in grado far sentire la loro presenza al di là dei confini colombiani. Da anni le Farc hanno rapporti con l'Ira e con l'Eta e fanno affari con i banchieri libanesi di Hezbollah a Ciudad del Este, nella famigerata triple frontera. Eppure, nel giro di pochi mesi, l'esercito colombiano, affiancato da quello statunitense, ha mandato in frantumi la cupola dell'organizzazione. Il 1 marzo ha perso la vita in un bombardamento lungo il confine ecuadoriano il numero due delle Farc, Raúl Reyes. A fine maggio le Farc hanno annunciato la morte del fondatore Manuel Marulanda, detto Tirofijo. Defezioni e tradimenti hanno decimato i militanti e la direzione ha ammesso che ci sono stati degli infiltrati. Nel giro di qualche mese la punta di diamante del terrorismo latinoamericano è diventata un esercito allo sbando. Se oggi Betancourt è libera, è anche grazie alla mancanza di comunicazione e di coordinamento delle Farc.


continua

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Chi sono

Mi chiamo Loretta Napoleoni e ho deciso di aprire un blog per condividere i miei articoli e le mie opinioni con la rete.

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