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Il Nuovo Tribalismo


Cosa lega la crisi economica che si e’ abbattuta sul villaggio globale e le manifestazioni xenofobiche degli ultimi giorni?

Un filo diretto e invisibile accomuna il gesto incomprensibile di tre ragazzi che per provare una forte emozione danno fuoco ad un barbone nella stazione di Nettuno e gli scioperi selvaggi che imperversano in Inghilterra contro i lavoratori stranieri; e questo legame, paradossalmente, lo ritroviamo anche nelle stanze del potere della nuova amministrazione americana, che propone un programma di salvataggio economico condizionato all’acquisto di prodotti ‘esclusivamente’ americani.
Ben tornati nella tribu’!
Poiche’ questo e’ lo slogan con il quale si apre il recessivo 2009.

Di fronte ai primi veri problemi economici la globalizzazione si sgretola. Tendenze protezioniste minano il WTO, gli accordi faticosamente stipulati dall’organizzazione mondiale del commercio sembrano ormai carta straccia, anche i fondamenti dell’Unione Europea sono messi a durissima prova dagli scioperi in Gran Bretagna. A Davos, tempio sacro della globalizzazione, Russia e Cina apertamente accusano l’America di non saper ‘guidare il mondo’ ed a Washington le fronde protezioniste fanno stragi di liberal al congresso.
Alla base di queste reazioni, che soltanto sei mesi fa’ sarebbero state reputate assurde, c’e’ la paura.

La paura della disoccupazione spinge un sindacato laburista a schierarsi con la destra nazionalista e antieuropea britannica e la paura che l’America precipiti nella seconda Grande depressione convince il primo presidente afro-americano a proporre riforme protezioniste. E infine la paura, non la noia o la droga, motiva i giovani italiani a commettere un crimine da Arancia Meccanica.
Il mondo globalizzato e’ un pianeta che spaventa, popolato da gente terrorizzata dal diverso e dalla diversita’. Ce ne stiamo accorgendo solo adesso che la recessione ci accomuna nella disgrazia, ma da vent’anni chi vive ai margini del villaggio globale - dove il processo di omogeneizzazione non ha portato pace e prosperita’ ma il proliferarsi delle guerre o il dilagare della poverta’ - convive con questa paura. Molti, specialmente i giovani, si sono protetti ricreando la struttura tribalista dei branchi.


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Fiera delle Vanita’ della Globalizzazione


A giorni la festivita’ piu’ attesa dell’era della globalizzazione: il World Economic Forum di Davos. Una passerella da non perdere per chiunque sia qualcuno nel villaggio globale, dai cantanti rock come Bono ai divi di Hollywood, dagli inventori dei motori di ricerca ai banchieri di grido. Durante la guerra fredda, invece, il Forum era tutta un’altra cosa.

La prima volta che ho partecipato al Davos era nel 1981. Ci sono andata in macchina con il mio capo, il direttore della Banca Nazionale d’Ungheria. Siamo partiti da Budapest sotto una tormenta di neve con una Lada blu notte, di quelle autovetture che i russi davano solo ai quadri del partito; abbiamo attraversato il confine con l’Austria e le alpi discutendo ininterrottamente di economia e mercato. Naturalmente viaggiavamo in incognito, non facevamo parte di nessuna delegazione e i nostri nomi non apparivano nella lista dei partecipanti. Eravamo ospiti di alcuni banchieri tedeschi che avevano pagato viaggio e albergo, i nostri stipendi ‘comunisti’ non ci avrebbero mai permesso d’intraprendere quell’avventura. Eppure tutti sapevano chi eravamo. D'altronde i partecipanti erano pochissimi e nel giro di 24 ore li conoscevamo tutti.
Furono tre giorni di freddo gelido e nevicate storiche, ricordo che avevamo sempre le scarpe bagnate e il naso freddo, ma le condizioni climatiche non intaccavano la nostra eccitazione mentre per ore e ore discutevamo di modelli econometrici, formule ed equazioni per convertire il fiorino ungherese nelle monete europee. Mangiavamo roti almeno una volta al giorno e bevevamo birra su tovaglie a scacchi nei piccoli ristoranti di Davos, niente vino né complicati cocktail, spesso ci fermavamo a discutere fino all’alba quando finalmente andavamo a dormire digerendo formule ed equazioni. La nostra missione era di capire se il progetto al quale lavoravamo da almeno un anno era fattibile: se si poteva convertire la moneta di un paese comunista nel mercato monetario capitalista. Era un’impresa che nessuno aveva mai intrapreso, ma eravamo convinti che valeva la pena tentare. Tornammo a casa con una nuova carica di entusiasmo, pile di appunti, biglietti da visita e un calendario d’incontri ufficiali lunghissimo. A ripensarci quel viaggio fu una svolta importante per il processo di avvicinamento dell’economia comunista a quella capitalista, cemento’ rapporti e relazioni che nel 1989, quando il muro di Berlino venne giu’,  giocarono un ruolo importante nella transizione dell’Ungheria verso un’economia di mercato.


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Mi chiamo Loretta Napoleoni e ho deciso di aprire un blog per condividere i miei articoli e le mie opinioni con la rete.

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