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L'austerity salvi il regno


Trovare un idraulico o un elettricista che parli bene inglese a Londra è quasi impossibile. I polacchi controllano gran parte dell'industria delle costruzioni, quella che negli anni ruggenti della globalizzazione soddisfaceva i capricci dei super ricchi, che a flotte si trasferivano nella capitale inglese trasformata dal New Labour in paradiso fiscale. 'I muratori inglesi sono sempre in pausa per il tè, non gli va di fare gli straordinari e mai chiedergli di lavorare nel fine settimana', racconta Roman, un polacco arrivato clandestinamente subito dopo la caduta del muro di Berlino e che adesso dirige un'impresa edile che dà lavoro a 30 persone. 'Perché i polacchi lavorano più sodo? Perché non hanno accesso agli stessi privilegi degli inglesi'. Sussidi di disoccupazione, case popolari, assistenza malattia, la lista del salario sociale che negli ultimi vent'anni era a disposizione dei sudditi di sua maestà è lunga, senza parlare poi del credito a buon mercato che le banche elargivano fino a due anni fa. Ebbene da qualche settimana, da quando George Osborne, il nuovo cancelliere dello scacchiere si è insediato, a Londra si mormora che la pacchia è finita. I tagli allo Stato assistenziale introdotti questa primavera, tra i quali brilla l'abolizione delle case popolari alle ragazze madri - una politica che ha spinto un esercito di adolescenti a produrre figli per ricevere sussidi statali - segnano l'inizio dell'austerity. Ribattezzato 'bilancio lacrime e sangue' - una definizione che ben riassume le difficoltà di adattamento ad uno stile di vita spartano dopo vent'anni d'indebitamento - il giro di cinghia vuole cancellare entro il 2015 i 156 miliardi di sterline del debito pubblico ed adeguare il Paese alle sue modestissime possibilità economiche.
A parte la finanza, che prima della crisi del credito del 2008 contribuiva per il 14 per cento al Pil, il panorama economico assomiglia ad una foresta bruciata durante i fuochi d'artificio della globalizzazione. 'Delle grandi industrie del passato, dall'automobilistica alla navale, restano solo le macerie; a distruggerle è stato il governo Thatcher, mentre quello Blair ha trasformato la culla della rivoluzione industriale in una nazione che vende servizi inutili, che nessuno vuole comprare', ricorda il professor Fred Halliday, uno dei tanti intellettuali che hanno lasciato la capitale negli ultimi anni. Londra è la città con il più alto numero di società di consulenze al mondo, da quelle che insegnano ad addestrare i cani fino a quelle che gestiscono i patrimoni, imprese che fino a poche settimane fa risucchiavano gran parte della spesa pubblica ministeriale (i ministeri avranno adesso budget ridotti anche del 40 per cento).
La desolazione economica della Gran Bretagna non è un fenomeno isolato ma lo specchio dove gran parte dell'Europa vede riflessa la propria immagine. Fatta eccezione per la Germania e per i Paesi del Benelux, i segni del grande fuoco della globalizzazione sono visibili dovunque in un Continente che per due decenni ha condiviso una politica economica demenziale il cui motto era: produciamo a Oriente e consumiamo in casa indebitandoci. Ecco perché ad aspettare i nuovi arrivati al tesoro britannico c'era un bigliettino di auguri con la scritta: 'Sorry, abbiamo speso tutto, restano solo i debiti'.
A differenza di gran parte dei colleghi occidentali, però, il governo inglese ha assunto un atteggiamento pragmatico che piace agli inglesi. Durante la campagna elettorale il nuovo primo ministro, il conservatore David Cameron ed il suo vice, il liberal democrat Nick Glegg, hanno promesso sacrifici immensi per salvare la nazione dalla bancarotta. I tempi dell'impero appartengono al passato, come al passato appartiene l'avventura militare di Blair. Come spiega Philip Stephens, editorialista del 'Financial Times', 'l'Afghanistan e l'Iraq hanno messo a nudo una realtà dura da digerire: che questa nazione non è più in grado di combattere guerre lunghe con un grosso numero di soldati. In termini militari la Gran Bretagna è destinata a diventare un giocatore di nicchia'. Dietro questo ridimensionamento resta saldo l'orgoglio di appartenere alla più antica tradizione democratica. 'Democrazia è cambiamento senza rivoluzione', scriveva Martin Wolf, oracolo economico del 'Financial Times', all'indomani delle elezioni. E non c'è dubbio che gli inglesi vogliono un cambiamento radicale. Sia Cameroon che Clegg non guardano oltreoceano o dall'altra parte della Manica,come faceva Blair, ma ai conti del tesoro. Ci troviamo di fronte a una sorta di protezionismo intellettuale che rafforza, quasi cementa, lo scetticismo profondo che la Gran Bretagna ha sempre avuto nei confronti dell'Europa e il distacco da Washington che ha caratterizzato i suoi politici fino all'avvento del thatcherismo. Cameron sfida Obama e dichiara che le truppe torneranno a casa prima del 2015 e Clegg, che durante la campagna elettorale ha sostenuto una maggiore integrazione con la Ue, concorda con gli euroscettici che è stata la sterlina a impedire alle società di certificazione di declassare il debito alla stregua di quello greco.
Il pragmatismo di Cameron segna anche un nuovo capitolo nella storia della globalizzazione, e ancora una volta il Paese e la capitale lanciano la nuova moda economica dell'Occidente. Negli anni Novanta la Londra edonistica dei miliardari finanziatori del NewLlabour fu eletta capitale del villaggio globale, oggi quella morigerata di Cameron e Clegg si propone quale modello per riequilibrare i bilanci deficitari dell'Occidente. Ecco perché al G20 canadese l'austerity britannica ha ricevuto l'approvazione di tutti i partecipanti e perché gli occhi sono puntati sull'esperimento britannico.
Eletto a maggio, il nuovo governo britannico è stato infatti il primo ad affrontare di petto un deficit di bilancio pari al 12,5 per cento del Pil, secondo solo a quello della Grecia. Il bilancio preliminare, presentato da Osborne al parlamento, include tagli del 14 per cento alla difesa nonché l'innalzamento dell'età pensionabile e dell'Iva che sale al 20 per cento. Prima però che la stangata fiscale si abbattesse sulle finanze degli inglesi, i ministri si sono ridotti gli stipendi e hanno abolito l'uso delle macchine blu e dei biglietti aerei in business class. Si viaggia in metro o in autobus e David Cameroon, il premier, va in parlamento a piedi, attraversando Parliament Square. Lo scopo non è tanto il risparmio, si legge tra le righe del comunicato stampa distribuito subito dopo la prima riunione di gabinetto, quanto la volontà di condividere con il resto della popolazione i tagli alla spesa. Così quando un paio di settimane fa un ministro ritardatario ha chiesto se poteva viaggiare con i propri documenti, che per motivi di sicurezza continuano a spostarsi sulle quattro ruote, gli è stata indicata la più vicina fermata dell'autobus.
Agli inglesi piace questa morigeratezza e nei pub londinesi la gente commenta positivamente la foto di Nick Clegg in metropolitana all'ora di punta. Né vent'anni di globalizzazione, né 13 di New Labour, né l'arrivo di milioni di stranieri sembrano aver cambiato questo popolo, che rimane obbediente e diligente, una nazione che se ha fiducia nel proprio leader è capace di grandi sacrifici. 'Come può una città che è sopravvissuta ai continui bombardamenti nazisti aver paura della nuova austerity?', commenta un'ottuagenaria pensionata durante uno show radiofonico dedicato al bilancio di Osborne della LBC, la radio principale della capitale.
Di fronte alla peggiore crisi economica del dopoguerra, Cameroon e Clegg parlano alla Gran Bretagna di Churchill non a quella di Blair e Brown. Persino gli intellettuali ammettono che la retorica e la politica realista del nuovo governo sono necessarie per tonificare gli animi, rammolliti dal consumismo sfrenato.
Non è però facile accettare che a guidare questa rinascita sia un governo di centro. A giugno, a una cena tra scrittori, Chris Petit, romanziere e regista televisivo, ha definito Cameron e Clegg 'Teflon Boys', un'immagine che riassume le loro origini elitarie - tutti e due hanno studiato a Cambridge e provengono da famiglie agiate. Allo stesso tempo però illustra la determinazione, quasi testarda, che caratterizza il cambiamento. Non a caso le critiche che provengono da sinistra, ruotano tutte intorno alla rigidità dell'austerity, che potrebbe far ripiombare il Paese nella recessione. È un rischio che sicuramente il Paese corre ma le alternative, come ha fatto notare Cameron, sono peggiori: 70 miliardi di sterline l'anno soltanto per pagare gli interessi del debito, una cifra che la Gran Bretagna del XXI secolo non può assolutamente permettersi.
Nonostante la tassa sulle transazioni bancarie proposta dal nuovo governo, la City di Londra concorda con l'analisi del primo ministro.'Il bilancio lacrime e sangue è la risposta del governo ai timori del mercato dei capitali, senza l'austerity per Cameron sarebbe diventato più difficile finanziare il debito con un deficit tanto elevato', spiega Grant Woods, consulente finanziario.
Il grande interrogativo rimane la disoccupazione, già all'8 per cento, che nonostante la riduzione delle imposte sulle imprese (compensata dall'aumento di quelle sulla rendita di capitale) difficilmente scenderà nel prossimo anno. Ma anche chi, come Jeremy Paxton, che dirige la popolarissima 'News Night', teme l'aumento dei disoccupati, deve convenire che rispetto a gente come John Precott, ex vice di Blair, che collezionava Jaguar con i soldi del contribuente, o allo stesso Blair, che ancora pretende che il Paese si faccia carico dei costi della sua sicurezza, gli spartani 'Teflon Boys' meglio esprimono la natura di una nazione famosa per la stoicità.
A parte questo, il giudizio globale sulla politica economica del New Labour è negativo, ecco l'altro grande alleato del nuovo governo, la profonda impopolarità di quello che lo ha preceduto.



Loretta Napoleoni

Da L'Espresso (09 luglio 2010)



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