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La Cina e il sorpasso degli Stati Uniti


 

L’OCSE ha pubblicato la scorsa settimana i dati economici relativi ai 30 paesi membri.

Si parla di una crescita mondiale negativa che tra il 2009 e il 2010 brucerà il 3% della ricchezza mondiale, costringendoci a tornare ai livelli del 2005.
A patire maggiormente sono i paesi ricchi, che arrancano nella ripresa. Tra le righe emerge una critica nei confronti di paesi come gli Stati Uniti che continuano ad avere un atteggiamento eccessivamente ottimista rispetto alla ripresa. Meglio l’attitudine ‘pessimista’ dell’Irlanda, Regno Unito e paesi scandinavi, che invece hanno ristrutturato l’economia su previsioni di crescita negativa pluriennale.

Chi invece, a detta dell’OCSE, sta già uscendo dal tunnel della recessione sono le economie emergenti. In testa c’è la Cina, che nel 2009 crescerà del 7.7%: una performance economica che continua a sbalordire economisti e analisti. E l’OCSE conferma la fondatezza dei timori di molti occidentali: la terza economia mondiale alla fine di questa recessione rimpiazzerà la prima, quella statunitense.

I dati dell’OCSE riaccendono quindi il dibattito sul decoupling, la possibilità che la crescita Cinese e quella dei paesi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) riprenda nel 2010 a ritmo forzato mentre la domanda mondiale potrebbe rimanere statica o addirittura continuare a contrarsi. La locomotiva del ‘sorpasso’ di queste nazioni è naturalmente la Cina che manterrebbe intatta l’attività commerciale con il sud del mondo. Mentre l’occidente scivola nel protezionismo, in sintesi, l’oriente fa il contrario.

Il programma di stimoli economici varato dal governo Cinese sostiene anche i partner commerciali: è la versione cinese del vecchio New Deal americano. La spesa pubblica, che nei primi quattro mesi dell’anno è salita del 30,5% rispetto al 2008, ha supplito alla caduta della domanda estera.  L’investimento statale sostiene l’industria di stato, quella di assemblaggio e quella legata alle esigenze del mercato locale, come e’ stato preannunciato nell’ultimo piano quinquennale. La crisi ne ha solo accelerato i tempi di attuazione.

Il tallone d’Achille del modello economico cinese è l’occupazione, fonte di preoccupazione costante per i cinesi. Anche sul numero dei disoccupati ci si muove per stime che oscillano tra i 20 ed i 25 milioni. Si tratta però di lavoratori migranti che - se non riassorbiti nei villaggi rurali di provenienza - sono impiegati nei lavori pubblici più disparati. A Shanghai se ne vedono diversi ridipingere le facciate dei palazzi appesi ai tetti con delle corde. 

Anche in occidente il problema grosso è la disoccupazione che già oscilla tra 10 e 11%. Il presidente dell’OCSE ha incitato i governi a fare di più per i lavoratori e meno per le banche ma l’ostacolo è la scarsa flessibilità della forza lavoro. L’idea di attaccare con delle corde gli esuberi bancari ai palazzi delle nostre città e dargli un secchio di vernice è allettante ma, ahimè, poco fattibile.

 
Loretta Napoleoni
[articolo tratto da il caffè]



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