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Pensieri dall’Asia: SINGAPORE


Pubblico un pezzo che mi ha inviato Loretta Dalpozzo da Singapore, dove vive.

Un saluto.

Loretta


Pensieri dall’Asia

Penso a quanto scritto in questo blog sulla Cina e mi dico che e’ proprio vero, quando si parla del gigante asiatico si mette spesso l’enfasi sull’abuso dei diritti umani, che, in un qualche modo, gettano un’ombra sui suoi successi e progressi.

Automaticamente penso a Singapore, dove vivo e lavoro da tre anni. Penso alla sua reputazione di citta’ pulitissima e modernissima, nota per gli innumerevoli espatriati che ci vivono, per le ditte straniere che vi si installano. La chiamano la citta’ del Leone, ponte tra Oriente ed Occidente o anche “Asia soft” per le similitudini con le citta’ di tanti paesi sviluppati. Del resto qui si parla inglese, la lingua imposta nelle scuole, qui si trovano quei prodotti, quei lussi, quelle comodita’ introvabili in altre parti d’Asia.

Ma Singapore e’ prima di tutto un “miracolo economico”, visione di un uomo: Lee Kuan Yew, ex Primo Ministro, ora Ministro Mentore e patriarca dell’isola, stato sovrano dal 1965. Singapore è cresciuta tanto e in fretta, ed e’ oggi un modello di servizi di comunicazione, telecomunicazione e trasporti pubblici. Il Paese non ha debiti, la disoccupazione e’ quasi inesistente, la sua economia si basa sul commercio, sul traffico marittimo, sull'attività bancaria e sul turismo; importanti sono anche la raffinazione del greggio, che fornisce il petrolio a quasi tutto il sud-est asiatico e l’industria elettronica.

Ma come altrove in Asia, gli ottimi risultati economici si scontrano con una finta democrazia.
Il governo pianifica tutto: dalla crescita demografica agli obiettivi dello sviluppo industriale; organizza campagne a scopo socio-educativo per incentivare certi comportamenti, stabilendo, a volte in modo autoritario, ciò che si deve o non si deve fare: “parlare meglio l’inglese”, “essere piu’ creativi”, “sorridere maggiormente”. Qui, non solo non si puo’ buttare la gomma da masticare per terra, ma i processi sono senza giuria, la censura mediatica e’ una realta’, così come la pena di morte. Gli omossessuali sono fuorilegge, al contrario delle prostitute, e il Primo Ministro Lee Hsien Loong, figlio di Lee Kuan Yew, sostiene che un governo a due partiti non funzionerebbe mai.

Una dittatura soft” insomma, che attira le invidie dei paesi vicini, ma che ha portato alla standardizzazione dello stile di vita degli individui. I giovani hanno raramente un’opinione, la politica non e’ quasi mai tema di conversazione. I media, anche quelli stranieri, non possono e non osano criticare il governo o la famiglia Lee. I giornali o i giornalisti che lo hanno fatto, sono finiti in tribunale, sono stati multati, espulsi o la circolazione della propria pubblicazione e’ stata sospesa.

Anche qui si cerca di creare il dibattito in rete. Alcuni studenti di giornalismo ammettono che per informarsi non si basano sui giornali locali, controllati dal governo, ma sulla rete. C’e’ anche chi fa dell’ironia sul clima di intimidazione onnipresente, ma impercettibile di primo acchito, soprattutto agli occhi dei turisti che approfittano dei locali alla moda, dei negozi scintillanti, delle comodita’ di una citta’ studiata per offrire “il meglio” di piu’ mondi. Gli attivisti, gli intellettuali, coloro che vogliono fare la differenza vengono messi a tacere o lasciano l’isola prima di diventare davvero scomodi.

Al contrario di altre realta’ asiatiche, i giovani sono nati e cresciuti nei centri commerciali, hanno studiato nelle buone scuole, vestono le marche europee. Il governo per anni si e’ assicurato che tutti avessero un tetto, ha gestito e continua a gestire l’isola come una compagnia privata, i suoi cittadini, come personale da soddisfare, per evitare che si ribellino. Non per niente i ministri sono tra i piu’ pagati del mondo, per mantenere lo status-quo e scoraggiare, dicono, la corruzione. Una strategia vincente, forse grazie anche al fatto che si tratta di un paese di 4,5 milioni di abitanti.

Con tutti questi vizi, la necessita’ di lottare per la vera, piena democrazia, passa in secondo piano. I giovani ammettono che il loro passatempo e’ lo shopping e i loro genitori dicono che bisognera’ attendere la prossima generazione per trovare chi davvero portera’ il cambiamento nel Paese. Ma del resto quale cambiamento si vuole?

E se questo sistema funzionasse meglio della tanto pubblicizzata democrazia? Agli stranieri installati qui, non disturba la mancanza di certe liberta’. Loro fanno affari e spesso anche soldi. L’attuale crisi economica, per quanto seria sia, fa meno paura qui che in Europa, anche se pure a Singapore sono stati soppressi centinaia di posti di lavoro, molti stranieri hanno dovuto fare le valigie e tornare in Europa e le esportazioni, vitali per l’isola, sono in discesa libera. Ma Singapore e’ ricca, puo’ contare su immense riserve straniere e su quella stabilita’ politica che un partito unico garantisce.

Secondo alcuni studi, i cittadini di Singapore sono disposti a sacrificare le liberta’ civili per una societa’ piu’ pulita, sicura ed efficiente. Il 95% dei cittadini, quando interpellato, si e’ detto felice o molto felice della propria vita e così la citta’ stato si e’ guadagnata il titolo di paese piu’ felice d’Asia. Se questo varra’ anche nel caso di una prolungata crisi economica e quindi di una compromessa prosperita’, sara’ il vero, grande test...





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Mi chiamo Loretta Napoleoni e ho deciso di aprire un blog per condividere i miei articoli e le mie opinioni con la rete.

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