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Dalla Cina


Grazie di tutti i vostri commenti, attraverso la rete sto entrando in contatto con persone dalle esperienze molto interessanti. Ho deciso dunque di aprire il mio blog ai contributi più significativi.

Il primo pezzo che pubblico mi arriva dalla Cina da Ivan Franceschini.

Intanto vi segnalo che il 27 maggio interverrò da Londra al dibattito: Europa economia e crisi finananziaria: ruolo della politica e scenari futuri.

[Qui la locandina].

Un saluto.
Loretta.



Dalla Cina, Ivan Franceschini
http://appunticinesi.blogspot.com/

Leggendo quanto viene riportato sulla stampa occidentale, spesso si ha la sensazione che vivere in Cina sia un’esperienza pericolosa ed opprimente, come un passaggio in una terra selvaggia in cui si rischia continuamente di essere arrestati o fermati senza ragione per ordine di un regime paranoico e violento. In quest’ottica, vivere in Cina (da cinesi o da stranieri) assumerebbe i connotati angoscianti di un’esperienza kafkiana in cui si è costantemente sottoposti a processo senza saperne le motivazioni.
Non si può negare che leggere continuamente le storie (tutte tragicamente vere) di aborti forzati nelle campagne, di persone arrestate nel centro di Pechino dopo aver tentato di presentare alle autorità le proprie legittime lamentele, di ragazzi rapiti sulle strade da trafficanti di esseri umani e rivenduti a fornaci e miniere in nero giustifica assolutamente una simile impressione. D’altra parte non si può neanche trascurare il fatto che buona parte dei media occidentali, in particolare italiani, per anni hanno scelto di voltarsi dall’altra parte di fronte ai cambiamenti in corso nella società cinese. Per lungo tempo si è scelto di alimentare il “mito del dissidente”, quella storia classica e per certi versi scontata che vuole che la Cina possa cambiare solamente per mano di eroici individui che si oppongono con intransigenza al regime, mentre di fatto la graduale evoluzione che sta rapidamente portando all’emergere di una vera e propria società civile in Cina è praticamente passato sotto silenzio.
Per fare un esempio personale, quando sono arrivato in Cina per la prima volta nel 2005 alle soglie della laurea, ero convinto che i cinesi di allora leggessero gli stessi giornali che leggevano quarant’anni fa. Mi sono stupito nel constatare che praticamente nessuna edicola nei centri di Pechino e di Shanghai teneva più il Quotidiano del Popolo, la velina del Partito attraverso cui la gente comune per decenni era stata in grado di fiutare i mutamenti nella scena politica. Mi ci è poi voluto diverso tempo per iniziare ad orientarmi nel panorama variegato dei media cinesi di oggi, ma alla fine sono riuscito ad individuare alcuni vertici di eccellenza giornalistica che farebbero invidia a non pochi giornali italiani. Certamente il Partito mantiene ben salde le redini dell’informazione in Cina, soffocando inchieste dagli effetti potenzialmente devastanti (lo si è visto ad esempio con lo scandalo del latte in polvere la scorsa estate), ma i giornalisti cinesi per necessità sono diventati molto bravi nello sfruttare gli spazi a loro disposizione, escogitando sempre nuovi stratagemmi per far passare il proprio messaggio.
Poi c’è internet. Per anni sui giornali occidentali si è parlato di internet in Cina solamente per lamentarsi dei mali di una censura che un giorno impediva ai cinesi di visitare Wikipedia, l’altro bloccava l’accesso a YouTube. Quanti hanno raccontato l’emergere di quei nuovi spazi d’informazione nati dalla diffusione della rete negli ultimi anni? Quanti in Italia hanno sentito parlare di “popolo della rete”, di “motore di ricerca di carne umana”, di “partito dei cinquanta centesimi”? Quando ci si limita a concentrarsi sul fenomeno della censura, lanciandosi in continue filippiche sull’importanza della libertà di informazione, e si ignora tutto il resto, ancora una volta si sceglie di dare un’immagine provinciale e limitata di questo paese.
Vivere nella Cina di oggi per un cinese (e in parte per uno straniero) rimane un’esperienza per alcuni versi frustrante, perché il controllo del Partito si fa ancora sentire nella vita dei singoli individui, basti pensare che oggi come in passato le azioni, i meriti e i demeriti di ogni singolo cittadino vengono ancora schedati in un apposito documento segreto (dang’an, o “archivio”), fondamentale nel determinare la carriera scolastica o lavorativa di colui a cui è intitolato. Ancora oggi basta una nota negativa sull’”archivio” perché la vita di una persona sia rovinata. Allo stesso tempo però è entusiasmante seguire i progressi che sta facendo questa società, sentirsi in qualche modo partecipi di un cambiamento epocale. Perché la Cina non è solo una terra di funzionari corrotti, di trafficanti di esseri umani, di torturatori, ma soprattutto è un paese di giornalisti, avvocati e cittadini che ogni giorno nel loro piccolo lottano per migliorare questa società. 



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Chi sono

Mi chiamo Loretta Napoleoni e ho deciso di aprire un blog per condividere i miei articoli e le mie opinioni con la rete.

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