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Il denaro del terrore


Come il terrorismo si finanzia con petrolio e droga.

All'inizio di dicembre del 2006 Ayman al Zawahiri, luogotenente di Osama bin Laden, ha annunciato al mondo l'offensiva militare di primavera in Afghanistan. Pochi ci hanno fatto caso, perché tutti erano concentrati sull'Iraq ormai in preda alla guerra civile. Ma i due fronti sono legati, al punto che oggi è la situazione irachena a offrire una delle possibili chiavi di lettura della spettacolare ripresa dei taliban e dei loro soci jihadisti.
Nel 2005 Al Zawahiri chiese un aiuto finanziario ad Abu Musab al Zarqawi. In una lettera, il medico egiziano suggeriva all'allora superstar del qaedismo internazionale di non spendere i centomila – senza specificare di quale valuta – e di spedirglieli. La richiesta fu interpretata come un segno di debolezza economica da parte del nucleo storico di Al Qaeda. In clandestinità dal 2002 nella cerniera tribale islamica tra Pakistan e Afghanistan, Al Zawahiri e Bin Laden erano tagliati fuori dai flussi monetari del qaedismo. Al Zarqawi ignorò la richiesta e continuò a usare i soldi degli ex finanziatori di Al Qaeda per sostenere la lotta in Iraq.
Morto Al Zarqawi, nel giugno del 2006, la situazione è cambiata radicalmente. Al Qaeda in Iraq è guidata da Al Zawahiri che l'ha decentrata in tre sezioni: sud, nord e centro. L'organizzazione ha perso il monopolio delle azioni suicide, ormai diventate un'arma comune nella lotta tra etnie. Inoltre c'è stato un cambiamento fondamentale nell'universo dei gruppi ribelli. Le centinaia di organizzazioni, milizie e gruppi jihadisti che operano in Iraq hanno cominciato ad autofinanziarsi sfruttando l'economia di guerra del paese. Un rapporto segreto dell'intelligence statunitense del giugno 2006 ha individuato nel contrabbando di petrolio importato il settore più redditizio. L'Iraq importa tra i quattro e i cinque miliardi di dollari l'anno di greggio, ma il 30 per cento, secondo gli americani, viene rubato e rivenduto sul mercato nero. Poi c'è la fiorente industria dei sequestri. L'autofinanziamento produce incassi superiori al costo dell'insurrezione, quindi la galassia irachena ha a disposizione un surplus annuo stimato tra i 70 e i 200 milioni di dollari. Questi soldi, avverte il rapporto statunitense, vengono usati per finanziare il terrorismo fondamentalista fuori dall'Iraq.
Anche se è impossibile provare che il denaro iracheno sia servito per la campagna di primavera in Afghanistan, è difficile immaginare il contrario. Dalla morte di Al Zarqawi, il baricentro del qaedismo si è spostato verso oriente, tornando dov'era nato. Nuovi metodi finanziari sperimentati in Iraq, come i rapimenti di stranieri, sono stati introdotti in Afghanistan. Chi muove le fila è Al Zawahiri, lo stratega incontrastato della nuova Al Qaeda: è lui che maneggia il denaro e Osama bin Laden è diventato un'icona irraggiungibile. Averlo messo da parte, o meglio a tacere, ha facilitato il patto tra Al Zawahiri e i nuovi taliban. I soci, che da anni vivono in simbiosi tra le tribù islamiche pachistane, hanno adottato strategie simili a quelle del sanguinario Al Zarqawi. I taliban, per esempio, hanno riconosciuto l'importanza delle azioni suicide, teorizzate negli anni novanta da Al Zawahiri e sperimentate sul campo da Al Zarqawi. Tra le prime azioni della campagna di primavera c'è stato l'attacco suicida contro la base statunitense di Bagram, mentre Dick Cheney si trovava lì.
La gestione del denaro è ormai congiunta. Prima dell'11 settembre Al Qaeda era solo un ospite in Afghanistan e pagava un "affitto" annuo di decine di milioni di dollari. Oggi può contare sulle sovvenzioni dei capi tribù islamici, che in parte arrivano direttamente da Washington, transitando sui conti ufficiali pachistani. Nei forzieri della nuova alleanza finisce anche una percentuale del contrabbando della città di Quetta, a 80 chilometri da Kandahar, dove i taliban esiliati hanno stabilito il loro quartier generale. In termini militari e finanziari si dovrebbe ormai parlare di "qaedizzazione" dei talebani, un fenomeno legato all'esperienza irachena.
In una delle lettere inviate a Osama bin Laden nel 2004, Al Zarqawi parlava della necessità di unificare il fronte sunnita in Iraq sotto la bandiera jihadista, per evitare che dopo la vittoria i guerrieri arabi fossero tagliati fuori dal potere politico, come era successo in Afghanistan alla fine del jihad antisovietico. La chiave di lettura irachena, dunque, aiuta ad analizzare la campagna di primavera. Nuove e vecchie entrate finanziarie la sostengono: il denaro dei ribelli iracheni, gli aiuti dai paesi "amici" e l'immancabile sostegno dei vecchi alleati, come l'Isi, il servizio segreto pachistano. Inoltre non si devono dimenticare i tre miliardi di dollari ricavati dall'oppio, la cui produzione nel 2006 è salita del 35 per cento e costituisce il 92 per cento dell'offerta mondiale. L'oppio è l'oro nero afgano e svolge per i taliban e Al Qaeda lo stesso ruolo che il petrolio ha per la galassia insurrezionale irachena.

Se l'Iraq è la giusta chiave di lettura per l'Afghanistan, allora è chiaro che la carta vincente non può essere l'intervento militare ma un'iniziativa internazionale per fermare il denaro che alimenta la nuova alleanza afgana. Primo obiettivo: il Pakistan.


Loretta Napoleoni

(Tratto da Internazionale 684, 15 marzo 2007)


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