.
Annunci online

abbonamento

Il nuovo capitalismo virtuale


La crisi colpisce l'economia reale. L'Islanda rischia la bancarotta. Si teme la recessione. E tornano in mente le previsioni di Marx

Questa settimana in Gran Bretagna i bancomat della Icesave hanno smesso di funzionare. Chi voleva usarli leggeva sullo schermo: "Operazioni di prelievo e deposito sospese".
La Icesave è un istituto controllato dalla Landsbanki, una delle principali banche islandesi. Grazie agli accordi bilaterali tra i due paesi, l'Islanda garantisce i primi 22mila euro depositati sui conti e il governo di sua maestà britannica le successive 50mila sterline.
Il resto, per ora, è finito nel buco nero della crisi. E c'è la possibilità che gli sfortunati risparmiatori non usufruiscano neanche del piano di salvataggio del governo islandese – che si è fatto garante degli istituti di credito del paese – o di quello del governo britannico. Si teme, infatti, che l'Islanda sarà la prima vittima del nuovo 1929, che andrà in bancarotta, e che il sistema bancario britannico crollerà.

Crolla il settore produttivo
L'esperienza dei clienti della Icesave potrebbe ripetersi altrove. La prossima vittima, si mormora, sarà la Royal Bank of Scotland o addirittura Unicredit in Italia. Tutte le banche europee e americane rischiano il collasso e basta poco, anche solo i rumors di mercato, pure e semplici voci, per farle scivolare nell'insolvenza.
I motivi della debolezza del sistema bancario li conosciamo: eccessivo indebitamento per oltre un decennio a causa dei derivati, gli effetti speciali della finanza che hanno falsato nei bilanci il rapporto tra dare e avere. Ma è sorprendente che il piano di salvataggio americano e la decisione dei governi europei di sostenere insieme il sistema bancario del vecchio continente non riescano a frenare la folle caduta dei mercati.
Ogni volta che le azioni perdono quota si brucia ricchezza. In un giorno sono svaniti 1.400 miliardi di dollari, quasi il 4 per cento dell'economia mondiale. Anche se si tratta di ricchezza contabile, l'effetto è dirompente: sale l'indebitamento delle banche che hanno in portafoglio azioni, mutui e prodotti sintetici come le mortgage backed securities, e si rafforza la convinzione che ancora non si è toccato il fondo.
Le pesanti iniezioni di contante, l'interruzione delle contrattazioni della borsa in Russia, Brasile, Indonesia, cioè nelle economie emergenti, la nazionalizzazione delle banche e la stessa garanzia dello stato sono tutte manovre per riportare la fiducia sui mercati e convincerli che il peggio è passato. Manovre che finora non hanno funzionato.
Oggi nessuno vuole fare un'inversione di marcia perché ancor più della crisi finanziaria tutti temono la recessione. E dal cocktail esplosivo di queste due calamità ci si riprende solo dopo anni di povertà. I segni premonitori dell'ubriacatura si vedono all'orizzonte.

Dal fallimento di Lehman Brothers il mercato delle commercial papers, cioè delle cambiali senza garanzia emesse dalle grandi società contro entrate future e usate per operazioni a breve, si è paralizzato. Nessuna banca è disposta ad anticipare il loro valore e chi lo fa chiede tassi proibitivi. Dalla metà di settembre, su questo mercato le banche statunitensi hanno ritirato più di 200 miliardi di dollari e le assicurazioni contro l'insolvenza di chi le emette sono passate da 87 miliardi di dollari a metà agosto a 143 miliardi un mese dopo.
Nel giro di poche settimane la liquidità del settore produttivo americano è crollata e l'industria ne ha risentito. L'indice della produzione industriale a settembre è sceso del 43 per cento: cifre così non si vedevano dagli anni trenta.

Un sistema fondato sul debito
Il governatore della Federal reserve (Fed) ha deciso di fare da agente di smistamento tra banche e società sul mercato delle commercial papers: le banche depositano il denaro nei forzieri della banca centrale e la Fed paga le cambiali del settore produttivo.
Un compito analogo a quello che sta svolgendo per il mercato interbancario. Riuscirà la Fed a sostenere il mercato finanziario e quindi quello produttivo? È l'interrogativo che tutti si pongono.

Un secolo e mezzo fa Karl Marx aveva previsto uno scenario simile: che il sistema di produzione capitalista crollasse a causa dell'eccessiva concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi capitalisti canaglie, che drenavano dall'economia nazionale risorse monetarie.
Marx non poteva certo immaginare che le canaglie fossero i banchieri e che tra le vittime ci fossero gli stessi industriali, privati dell'ossigeno monetario dall'ascesa del capitalismo virtuale postindustriale. Un'ascesa alimentata non dal plusvalore, ma dal debito.


Loretta Napoleoni
articolo pubbblicato su Internazionale 765, 9 ottobre 2008


 


sfoglia settembre        novembre
Chi sono

Mi chiamo Loretta Napoleoni e ho deciso di aprire un blog per condividere i miei articoli e le mie opinioni con la rete.

leggi tutta la biografia
Gli altri libri

Tutti i libri
Prossimi appuntamenti
Archivio


Blog letto796475 volte
Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom